Questa è una brutta storia italiana raccontata dal protagonista, Claudio Petruccioli, che per così dire si libera di un fardello personale non indifferente. È una confessione laica, asciutta e spietata di un uomo che si mette davanti allo specchio dopo quarant’anni e dice: sì, abbiamo sbagliato. Ma guardate bene dove e come. È una storia che ha per protagonisti partiti, Servizi segreti, Camorra, terrorismo, Polizia. E il giornalismo. In particolare un giornale, l’Unità, organo del Partito Comunista Italiano, il partito che all’epoca viaggiava sul 30%, guidato da Enrico Berlinguer e ancora dotato di un prestigioso gruppo dirigente.

“Spie vere e carte false” di Petruccioli (Rubettino), all’epoca direttore dell’Unità, è una ricostruzione meticolosissima e umanamente spietata di ciò che avvenne. È un libro che emoziona e che solleva diverse questioni politiche, ormai storiche, di cui diremo più avanti. Dunque. I fatti risalgono al marzo 1982 (i giorni fondamentali sono tre: il 16, il 17 e il 18 marzo), ma si riferiscono a un episodio molto importante avvenuto l’anno precedente: il sequestro dell’assessore campano Ciro Cirillo, rapito dalle Brigate Rosse il 27 aprile 1981 e poi rilasciato il 24 luglio dietro pagamento di un ingentissimo riscatto, quasi un miliardo e mezzo di lire. La storia ricostruita dal protagonista della vicenda, appunto Petruccioli, è quella del clamoroso errore commesso con la pubblicazione sul giornale del Pci di un documento – rivelatosi molto presto un falso – in cui si accusavano il ministro Enzo Scotti e il sottosegretario Francesco Patriarca, entrambi democristiani, di aver trattato nel carcere di Ascoli con il capo della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo, per agevolare la trattativa con le Br. A molti mesi di distanza dal rilascio di Cirillo, dunque, perviene al giornale del Pci un documento che avrebbe attestato la partecipazione fisica di un ministro democristiano di grande peso politico come Scotti a un’inaudita trattativa con il capo della Nuova camorra, addirittura nel carcere di Ascoli. Una bomba, giornalistica e politica.

Il documento lo porta in redazione la giovane cronista Marina Maresca. La carta le era stata consegnata, si saprà poi, da un certo Luigi Rotondi, a lei legato sentimentalmente. Chi era costui? Lui le fa credere di essere una specie di funzionario del Ministero dell’Interno, un uomo di cui lo Stato si fida. In realtà è un abile spione, un truffatore ammanicato con apparati della Polizia, uno che conosce tutti. Maresca si fida di lui. Probabilmente pensa di avere tra le mani un grosso scoop, una delle malattie dei giornalisti che vogliono mettersi in evidenza. Sicurissima della bontà del documento, Maresca convince tutti. Per proteggere Rotondi inventa di aver ricevuto il documento (poi ce ne sarà anche un secondo, falsissimo, sempre confezionato da Rotondi) da un magistrato di cui non vuole rivelare l’identità. Solo dopo una forte pressione di Petruccioli farà il nome del magistrato napoletano Martusciello, che ovviamente non c’entra nulla. Petruccioli e gli altri dirigenti dell’Unità, nei primi giorni, sottovalutano la vicenda, si fidano, vogliono farne un “caso”. Viene naturalmente avvertito il vertice del Pci, che lascia fare: cosa strana per un partito storicamente prudente. Fatto sta che martedì 16 marzo 1982 l’Unità pubblica la “notizia”, ma senza i nomi di Scotti e Patriarca, che compariranno il giorno dopo.

La bomba, ovviamente, esplode subito. A quel punto si vive una situazione dostoevskiana. Piovono dubbi seminati dal Ministero dell’Interno e dalla Polizia. In quelle ore c’è tutto un lavorìo non sempre chiaro che Petruccioli ricostruisce nei dettagli. Il direttore pretende da Maresca altre carte, altre prove. E qui la giovane cronista commette l’errore che farà capire che ha raccontato una serie di falsità: dice di andare a Napoli per riparlare con il magistrato (che, come detto, non esiste) e invece viene sorpresa a Roma. Porta comunque, nella sera di giovedì, un secondo documento, grossolanamente falso, fabbricato sempre da Rotondi. La situazione, chiarendosi, precipita. Il venerdì Petruccioli e il suo vice Del Bosco si dimettono. Ma la vicenda ha intanto molto innervosito il vertice del Pci, e su questo punto il volume è molto interessante. L’incidente dell’Unità piomba in un momento in cui il vertice del partito è attraversato da tensioni di vario tipo. Abbandonata la linea del compromesso storico, i comunisti non hanno una linea chiara: i democristiani non sono più interlocutori e il Psi di Bettino Craxi è malvisto da Berlinguer. Era un momento delicato anche dal punto di vista generazionale: ai “vecchi” si affiancava un gruppo relativamente più giovane, dentro il conflitto tra la “sinistra” di Berlinguer-Ingrao e la “destra” di Napolitano (con posizionamenti in realtà più sfumati). Dal libro emerge che il clamoroso errore dell’Unità si incastrò perfettamente in questo quadro. Nei verbali citati si vede un Berlinguer in difficoltà, accusato – in questa circostanza da Giancarlo Pajetta, non proprio l’ultimo arrivato – di non garantire una direzione politica ferma e un metodo di lavoro ordinato. Nella drammatica riunione di venerdì, a errore già accertato, Berlinguer pone una vera questione di fiducia: «Se gli organismi dirigenti ritengono che, rimanendo al mio posto, faccio dei danni, lo dicano e io posso mettere a disposizione il mio mandato». La prudenza di tutti aiutò a chiudere la questione.

Ciò che ancora oggi stupisce chi ha studiato le vicende del Pci è la leggerezza con cui Botteghe Oscure lasciò che l’errore iniziale (aver creduto a una “carta” portata da una giovane cronista) finisse in prima pagina, creando un problema politico non lieve. Questo costrinse i comunisti a chiedere scusa a Scotti nell’aula di Montecitorio. Si può concludere che questo episodio dimostra come il periodo 1980-1984 (anno della morte di Berlinguer) fu una sorta di lungo preludio agli anni finali del partito. Nel merito della vicenda, il documento Maresca-Rotondi era un falso. Lui era un personaggio losco e non si è mai capito bene perché si fosse inventato tutta quella storia. Il sabato di quella drammatica settimana, il 20 marzo 1982, Petruccioli è a Napoli per un confronto con il magistrato a Palazzo di Giustizia; con lui c’è il capo della cronaca romana dell’Unità Piero Sansonetti, cioè il capo, e anche amico, di Marina Maresca. «Mentre percorriamo per l’ennesima volta il corridoio – scrive Petruccioli – si avvicina a me e a Sansonetti un tale per me sconosciuto. Ma non sconosciuto a Sansonetti, perché si salutano e poi si appartano a pochi passi da me per parlare. Il colloquio dura, se è tanto, un minuto, poi lo sconosciuto gira i tacchi e se ne va. Sansonetti, che mi sembra particolarmente alterato, mi dice: “Ma lo sai chi era quello?”. Io proprio non lo so. “Rotondi”, mi dice lui. Cado dalle nuvole, mi sembra di essere precipitato dentro un labirinto assurdo dove tutto diventa possibile. Rotondi, il protagonista di tutto questo sconquasso, che dovrebbe stare in galera o almeno nelle mani della magistratura, se ne gira tranquillamente per il Palazzo di Giustizia». Peraltro questo Rotondi non ebbe condanne per questi fatti.

Secondo l’analisi molto complessa e ricca di riscontri fattuali di Petruccioli, in estrema sintesi tutto nasce da ambienti dei Servizi segreti, forse in lotta tra loro, per aggiungere un ulteriore elemento di caos nell’Italia in cui si erano appena ritrovati gli elenchi della P2, c’era stata la strage di Bologna, le “nuove” Br di Giovanni Senzani erano state colpite dalle dissociazioni di Valerio Morucci e Adriana Faranda e dai duri colpi delle forze dell’ordine ma continuavano a essere pericolose. Si muoveva anche il terrorismo nero, che nella vicenda ebbe un qualche ruolo. In un contesto politico incerto, con Dc e Pci in difficoltà, perché non infliggere un ulteriore colpo ai due partiti più grandi?

La botta all’immagine del Pci fu violentissima, mentre si confermò che la Dc non aveva esitato a intavolare una trattativa addirittura con la Camorra pur di ottenere – a differenza del caso Aldo Moro – la liberazione di un proprio esponente. La trattativa, insomma, ci fu (anche se Scotti non c’entrava): lo dicono le sentenze. Il documento era falso, ma l’Unità aveva, in un certo senso, scritto il vero. Claudio Petruccioli non ebbe esitazioni a dimettersi. Fu il capro espiatorio? In parte sì: è vero che pagò solo lui. Pagò come direttore di un giornale che si era fatto ingannare e pagò come dirigente politico, quale era il direttore dell’Unità. Per decenni, con la meticolosità del giornalista di razza, Petruccioli ha ricostruito tutto il ricostruibile di quella brutta storia italiana. Oggi è tutto in questo libro: un modo esemplare per spiegare, senza autoassolversi, quell’errore di tanti anni fa.