Lo scorso mese di marzo, in piena prima ondata di Covid, avevamo denunciato, tra i primissimi in Italia, i pericoli enormi di una diffusione della pandemia nelle prigioni. Non erano arrivate mascherine e dispositivi di protezione adeguati, che ancora oggi faticano a essere distribuiti in numero sufficiente, e si era sottovalutato il rischio enorme che le carceri si trasformassero in focolai. Pericolo sottovalutato che ha generato, dopo qualche settimana del nostro appello, la più grande rivolta nelle carceri italiane della storia repubblicana.

Nell’immaginario collettivo si pensa erroneamente che il carcere si un luogo chiuso e isolato, come se vi avessero rinchiuso il Conte Ugolino e deciso di buttare le chiavi nell’Arno. Nella casa circondariale di Poggioreale, la più sopraffollata in Europa, ci sono oltre 2mila detenuti (a fronte dei 1.600 di capienza massima) e pertanto centinaia di contatti quotidiani tra operatori, guardie penitenziarie, medici ed educatori con il mondo esterno. Pertanto il carcere non è un luogo chiuso e isolato e l’ingresso del virus in strutture dove spesso si resta in cella con decine di detenuti potrebbe dar vita a un vero e proprio incubatore, trasformando le celle in focolai infettivi dove il virus si diffonde all’interno e successivamente all’esterno del carcere stesso. In questo periodo tutti i Paesi europei hanno cercato di proteggere oltre mezzo milione di carcerati dal rischio di contagio. Il Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa ha ricordato agli Stati membri che le misure restrittive adottate devono essere «necessarie, proporzionate, rispettose dei diritti umani e limitate nel tempo» e ha raccomandato pene alternative alla detenzione.

Lo stesso procuratore generale della Cassazione, Giovanni Salvi, scrive: «Mai come in questo periodo va ricordato che nel nostro sistema il carcere costituisce l’extrema ratio» e che per questo motivo «occorre dunque incentivare la decisione di misure alternative» per «alleggerire la pressione». Pertanto i Tribunali di Sorveglianza non stanno facendo altro che adottare misure coerenti con quanto auspicato dal pg della Cassazione e dalla Comunità Europa, forse in modo ancora limitato alla luce dell’alto numero di persone detenute che scontano
una pena al di sotto di un anno mezzo o che non hanno una fissa dimora e non possono perciò accedere a misure alternative alla detenzione.
Pertanto ricordiamo a Serverino Nappi, che sul Corriere del Mezzogiorno si scaglia contro presunte scarcerazioni facili perché motivate da esigenze sanitarie, che non si può essere garantisti a fase alterne e che la delicatezza e la straordinarietà del momento storico dovrebbe indurre tutti a collaborare e a mettere da parte propaganda e giustizialismo. Dovremmo evitare di promuovere rabbia e paure, ricordando che la nostra Costituzione ci indica da sempre la direzione per la convivenza democratica di tutti i diritti umani e sociali e ci dice appunto che il carcere è da utilizzare solo come extrema ratio.

Dato che Nappi si definisce giurista ed esperto, non riusciamo a capire come mai non tenga presente il dettato dell’articolo 27 della Costituzione in cui, al terzo comma, è scritto che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Sulla base della nostra Costituzione e di ben note disposizioni di legge stanno agendo i magistrati competenti. Questi ultimi non stanno esercitando una supplenza giudiziaria rispetto a responsabilità istituzionali di governo e rispetto alla politica, sia perché operano nel pieno rispetto della Costituzione e dei codici sia perché la politica, anche se in maniera controversa, confusa e tardiva, ha prodotto ulteriori norme che conciliano le esigenze di sicurezza e certezza della pena con il diritto alla salute dei detenuti, del personale impiegato nelle prigioni e dei cittadini tutti.

In una fase in cui la pandemia è protagonista di una pericolosa recrudescenza, è bene avere carceri meno affollate dove il rischio di focolai sia sensibilmente ridotto. Al giurista Nappi, incidentalmente politico in qualità di consigliere regionale campano, non possiamo che dare un sommesso consiglio: se ritiene poco soddisfacente la situazione che denuncia, utilizzi i poteri di ispezione che la legge gli riconosce e visiti le carceri in modo tale da rendersi conto in prima persona dell’effettiva condizione in cui versano migliaia di cittadini e cittadine (tra detenuti e operatori penitenziari). In secondo luogo, Nappi suggerisca eventuali soluzioni alternative, dato che finora non ci risultano avanzate sue proposte concrete in Consiglio regionale né altrove. Il giurista Nappi dovrebbe sapere bene che ogni provvedimento per ciascun detenuto è a sé stante e va esaminato in concreto: il suo discorso strumentalmente politico rischia di fare di tutta l’erba un fascio, cosa ingiusta e iniqua anche se magari congeniale a un leghista come lui.

Antonello Sannino, Domenico Spena