Antonio Di Pietro ha scoperto di essere in corsa per Palazzo Marino da una battuta di Daniela Santanchè, pronunciata durante una cena. Non lo aveva chiesto, non ne aveva parlato con nessuno, e la senatrice lo ha ammesso: suggestione personale, non condivisa né con l’interessato né con i vertici del partito. Il giorno dopo il suo nome era su tutti i siti. Funziona così, ormai, la designazione a Milano: prima l’annuncio, poi — semmai — la riflessione che avrebbe dovuto precederlo.

Contare i nomi è una tentazione irresistibile, ma vale la pena guardarli più da vicino, perché non sono tutti la stessa cosa, e ridurli ad un sistema di protagonismo dell’epoca sarebbe comodo quanto falso. Massimiliano Lisa si è proclamato con la squadra già formata, vicesindaca e assessora alla Cultura annunciate prima di aver raccolto un voto: la candidatura come atto di presenza, il governo immaginato prima del consenso. Lorenzo Pacini, che alle eventuali primarie del centrosinistra porta la formula del socialismo municipale, occupa più uno spazio e un ruolo dentro una coalizione che ancora non sa se le primarie le celebrerà. In entrambi il gesto precede il progetto, o lo sostituisce.

Altri nomi non nascono dalla vanità ma dalla pressione. Silvia Sardone lascia intendere la disponibilità, e intanto la Lega marca il territorio perché Fratelli d’Italia non decida da sola: il nome diventa leva forte di trattativa interna, non fine a se stesso — anche se poi la stessa Sardone giustamente spinge mediaticamente – e il confine tra tattica ed esposizione personale si fa subito poroso. Sull’altro versante, ad esempio Emmanuel Conte, assessore al Bilancio e anima de LaCivica, si muove per tenere aperto lo spazio riformista e moderato che una conta tra apparati rischia di schiacciare. Candidarsi, qui, è invece un modo di negoziare il perimetro prima ancora del candidato.

E poi ci sono quelli che all’etichetta dell’autocandidato sfuggono del tutto, perché non si sono candidati affatto. Di Pietro l’abbiamo visto. Carlo Cottarelli, che qualcuno immagina perno di un polo di centro tra Forza Italia e Azione, ha messo le mani avanti: “Ho solo detto che ci penserei”. Nomi fatti circolare dall’interno del ceto politico, senza che a monte esistesse una decisione condivisa. Candidature in libertà, più che autocandidature. Alla fine il punto è qui, non nel singolo che si espone o viene esposto. Il sintomo non è il nome proposto, ma la coalizione, il partito, la parte che ha smesso di deliberare prima di parlare. Santanchè lancia a una festa, non a un tavolo.

E infatti entrambi i campi ad un certo punto sono corsi a rimettere ordine: la cena di La Russa partorisce una road map — rosa ristretta, sondaggi, decisione in autunno — mentre il centrosinistra firma una nota congiunta per ricondurre «tutta questa vivacità» dentro la coalizione larga rimandare la discussione a settembre. Ordine invocato a posteriori, quando i nomi sono già fuori. E forse altri ne usciranno comunque. Fratelli d’Italia, per bocca di Carlo Fidanza, ha già bollato lo stillicidio di nomi come il modo migliore per consegnare Milano alla sinistra: autocritica vestita da monito.

Un tempo la candidatura era il punto d’arrivo di una discussione; adesso ne è il surrogato, il gesto che riempie il vuoto lasciato dall’assenza di un luogo dove decidere. I venti e passa nomi non misurano un eccesso di ambizioni: misurano due coalizioni che parlano molto e deliberano poco, e che si ricordano del metodo solo dopo averne fatto a meno. Milano, per tre lustri il laboratorio più ordinato del centrosinistra e con altrettanto ordinati progetti di opposizione, si ritrova a un anno dal voto senza un erede e con un catalogo. Il catalogo è la notizia. L’erede, per adesso, no.