Rileggendo l’articolo di ieri del direttore Sansonetti, non sarei così sicuro che le sinistre italiane non abbiano tentato di far fuori le aziende di Berlusconi e in particolare di imbavagliare le sue televisioni. Oggi forse il pericolo si ripresenta da destra, ma anche ammesso che un tale rischio si profili, non credo che possa avere successo. Comunque, quelle forze – molto più la Democrazia Cristiana di Ciriaco De Mita che non il Partito democratico o comunque si chiamasse nel 1995 – non ce la fecero e la televisione italiana diventò pluralista.

Adesso siamo a un punto delicatissimo della vicenda storica, non solo politica del nostro Paese di fronte a sfide da rabbrividire ma di cui pochi sembrano rendersi veramente conto. E per dirla tutta, quel che manca all’appello è proprio l’azione energica di un partito liberale.
Se c’è una parola che purtroppo non sono mai riuscito a digerire, è la parola “moderato”: andava bene negli anni Sessanta e Settanta quando battaglie violentissime agitavano il Paese, volavano le Molotov (bottiglie incendiarie con benzina e stoppino) e volavano anche le pallottole delle pistole P38. E allora i pacifici borghesi come mio padre, che avevano in odio qualsiasi genere di odio reclamavano il diritto alla moderazione, alla vittoria delle idee e al primato della ragione sulla violenza.

Per fortuna quel periodo armato e assassino è finito e la maggior parte degli italiani adulti non lo ha nemmeno vissuto, dunque non lo ricorda. Ma per quei tempi la proposta della moderazione era proporzionata all’angoscia alimentata dalla violenza. Poi, con il colpo geniale con cui Silvio Berlusconi azzerò il colpaccio che avrebbe dovuto consegnare la politica italiana al Partito comunista, Forza Italia si presentò come il laboratorio per un partito liberale di massa. Ma un partito è un partito e non un laboratorio e oggi si sente la mancanza di quell’idea forte, che l’idea liberale. L’idea liberale non è affatto un’idea moderata. Non è aggressiva, meno che mai distruttiva, ma essendo un’idea viva è anche inquieta e per di più è mancata per troppi anni all’appello e si è sbiadita nella politica generale e nella guerra dei Trent’anni condotta da alcune procure sempre contro lo stesso uomo. Non è affatto vero che le ideologie siano morte. Sono morte le ideologie illiberali come il fascismo, il nazismo e il comunismo in cento gradazioni di vergogna.

Ma l’idea liberale ha stravinto e per questo gli eredi delle grandi ingegnerie illiberali di massa si danno un gran da fare per negarne l’esistenza mettendo in un unico canestro il liberismo finanziario sfrenato, le piraterie monetarie e altra merce che non ha nulla a che fare con la libertà. Oggi quell’idea e la sua diffusione non moderata, ma anzi educatamente intransigente, deve essere rimessa in linea di politica attiva, reale e di contrasto a tutte le tentazioni illiberali che invariabilmente appena possono vanno in combutta. Non voglio dire che i patti fra Molotov e Ribbentrop equivalgano a ciò che è accaduto nella votazione che ha portato Ignazio La Russa al primo colpo alla presidenza del Senato, ma è un fatto accertato e sperimentato che per istinto e per composizione genetica la presenza liberale catalizza gli illiberali di tutto il mondo e li spinge ad unirsi.

Quando all’estero seguitano a scrivere la solita sciocchezza dell’Italia sull’orlo di un regime fascista a causa della vittoria di Giorgia Meloni, dicono delle assolute sciocchezze dettate dalla sbrigativa ignoranza. E non sanno per esempio che la destra neofascista da cui proviene la Meloni si ispirata alla sinistra fascista e non ha proprio nulla che secondo i canoni economici si possa definire “di destra”. E ignorano, o non tengono nel dovuto conto, che il fascismo cui si ispirano giovani come Giorgia Meloni, era un regime statalista, nemico della libera concorrenza, che faceva lavorare soltanto le aziende che decideva il duce, insegnava e insegna tuttora che tutto va fatto nello Stato, per lo Stato se con lo Stato, ma mai contro lo Stato, ed è se non altro che per questi motivi geneticamente opposta al liberalismo che, per prima cosa, celebra in ogni singola persona la più piccola minoranza etnica meritevole di protezione.

Di qui la natura vocazione liberale di difesa dei veri diritti civili di ogni singolo individuo, una concezione che fa a pugni con quella puramente propagandistica dei diritti civili confezionati in cellophane ad uso di una sinistra che ha perso i contatti con il mondo sociale, con gli operai e i lavoratori in genere, affaticata com’è a discutere del sesso degli angeli, che è un tema sempre attuale. La sinistra italiana, come tutti vediamo e non certo con piacere, non si raccapezza più con la sua stessa identità e per questo non ha mai chiara l’idea su chi possano essere e per quale motivo i suoi compagni di viaggio. Il liberalismo è non autoritario, il liberalismo è autorevole perché non è soltanto onesto ma fondato su due principi: il primo è che la libertà non serve se non si può scegliere fra merci diverse: E nella parola “merci” vanno incluse le idee, i libri, l’arte, l’innovazione, la scienza teorica, la tecnologia medica, la soddisfazione della personale ricerca della felicità, la diffusione delle merci e delle parole.

Ne consegue – e questa è un’opinione molto malvista e che anzi si è stabilito che non debba essere resa esplicita – che forze liberali e altre stataliste con una vocazione molto normativa (a cui cioè piace dettar legge) non sono alleati naturali. Ma possono essere eccellenti partner in affari politici. Stabilire quegli oggetti misteriosi che sono i “punti programmatici”, insomma possono fare come si fa spesso in Germania nel modo più puntiglioso, noioso, pedante ma alla fine ben funzionante, e cioè mettere per iscritto esattamente ciò che si vuole fare insieme e con quale calendario e attraverso quale personale di governo. Se Forza Italia seguiterà a rafforzare come sta già facendo la sua anima liberale spavalda e visibile, anche gli altri attori – partiti, giornali e frettolosi analisti stranieri prigionieri della banalità– la smetteranno di semplificare quel che accade secondo gli schemi dell’avanspettacolo.

Mi permetto di dire e di scrivere queste cose per essere stato per undici anni in Parlamento a ripeterle. Oggi il simbolo storico del Partito Liberale Italiano è tornato di moda e farà bene a farsi conoscere dai giovani. È una scommessa che finora era stata ibernata, quella di far rioffrire quell’anima vincente della politica e adesso è il momento. Se avverrà, si diraderanno gli equivoci. È bene essere alleati, ma distanti e distinti, ognuno con una cravatta diversa e senza confusioni genetiche: mescolate o shakerate? Nessuna delle due. A ciascuno la sua e ben separate, please.

Avatar photo

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.