Ieri molti giornali lo davano per morto. Dicevano che era stato sbaragliato da Giorgia Meloni. Che quella sua visita a via della Scrofa segnava il tramonto del vecchio leader. Molti giornali, dicevo, anche perché in genere i giornali ricopiano un po’ alla buona gli stati d’animo che prevalgono nei partiti e a Montecitorio. Tutti d’accordo sul trionfo di Giorgia. La donzella di ferro, la nuova Thatcher, che non si piega mai e piega tutti. Anche a costo da risultare maleducata, così come lunedì è apparsa maleducata costringendo Berlusconi ad andare lui alla sede del vecchio Msi e rifiutandosi di andare lei a trovare l’anziano senatore padre fondatore del centrodestra.

Poi, sapete, le cose non vanno sempre così come uno se le aspetta. Ieri il cavaliere è sceso in piazza, nel senso che è sceso in strada circondato da centinaia di giornalisti, e ha iniziato a menare fendenti come sa fare lui. Ha parlato di tutto. Anche di Putin, aprendo il fronte della pace e della guerra che, vedrete, sarà uno dei fronti più caldi nella battaglia interna alla futura maggioranza di governo. Guerra e Giustizia: è qui che si balla perché le posizioni sono lontanissime. Si certo, Berlusconi è andato oltre il politicamente corretto e poi si è fatto sentire dall’ufficio stampa di Forza Italia, ma questa è una tecnica che lui usa molto e che funziona a meraviglia. Gli permette di spingersi molto oltre il consentito, e poi ritirarsi ma lasciando l’onda che ha travolto gli argini. Del resto le smentite servono fino a un certo punto, ci sono le registrazioni audio che non lasciano dubbi sul pensiero di Berlusconi sulla guerra in Ucraina.

Comunque la sua uscita non è rimasta senza conseguenze. Dicono che Giorgia Meloni sia furiosa, che addirittura mediti la apertura di un nuovo incidente. Questo governo ha inventato una nuova usanza: andare ripetutamente in crisi prima ancora di formarsi… Dopodiché Berlusconi è passato alla lista dei ministri, e con una tecnica da corsaro si è portato a casa il ministero della Giustizia. Ha stabilito che il ministero spetta a Forza Italia e che lui a via Arenula mette la Casellati. Attenti alle parole: non “vuole”, “mette”. È cosa sua la Giustizia e la Meloni, la piccola Thatcher, dovrà inghiottire. Come va a finire la partita, ancora non si sa. Anche perché per la prima volta, credo, nella storia d’Italia, le trattative per la definizione dell’elenco dei ministri sta avvenendo prima ancora che il Presidente della repubblica conferisca l’incarico. Certo, le elezioni le ha vinte Giorgia Meloni e palazzo Chigi, salvo colpi di scena impensabili, tocca a lei. Ma sarebbe corretto aspettare le consultazioni e la dichiarazione ufficiale di Mattarella. Non è così. La battaglia infuria.

E alla fine Berlusconi ha portato due colpi. Il primo è la nomina della ormai famosissima Licia Ronzulli alla presidenza del gruppo parlamentare al Senato. Non è una cosetta. La capogruppo ha molto potere e moltissima esposizione mediatica e politica. È lei che parteciperà a nome di Forza Italia, e con il potere che le viene dal rappresentare un partito dal quale dipende la tenuta della maggioranza, alle conferenze dei capigruppo, che decidono molto sui lavori parlamentari: le priorità, i tempi, le fiducie. Giorgia Meloni, rifiutando un ruolo da ministro alla Ronzulli, non se l’è levata di torno. Anzi: se la ritroverà in un ruolo ben più ingombrante. Berlusconi, che è molto esperto, lo sa, e gongola.

E poi la giustizia. È chiaro che la giustizia è una partita chiave. Perché le divisioni e le differenze di idee, dentro il centrodestra, sono fortissime. Berlusconi, tra tutti i membri del Parlamento italiano, è uno dei pochissimi che può essere considerato garantista nel senso pieno della parola. La sinistra, come sapete bene, da diverso tempo si è messa alla coda dei Cinque Stelle e – salvo poche eccezioni – il garantismo lo ha messo in soffitta. La destra non è da meno. Tuttalpiù subisce il fascino del garantismo, come un bagliore, quando qualche suo esponente finisce sotto le grinfie della magistratura. Ma gli passa in fretta, e soprattutto non ne viene mai sfiorata se il garantismo rischia di fare il gioco delle zone più deboli e marginali della illegalità. Pensate agli atteggiamenti di Fratelli d’Italia e della Lega sugli immigrati.

Ancora recentemente Giorgia Meloni ebbe a dichiarare che lei è garantista fino al momento della condanna ma poi diventa giustizialista. Linea “butta la chiave”. E Fratelli d’Italia ha proposto la revisione dell’articolo 27 della Costituzione, che è uno dei capisaldi dello Stato di Diritto ed è l’anima della Costituzione Repubblicana. Neppure i 5 Stelle avevano osato chiederne la modifica. Naturalmente con un garantismo che va e viene è impossibile una svolta nella politica della giustizia. Una politica della giustizia davvero riformatrice e riformista prevede la separazione delle carriere, la responsabilità civile dei magistrati, la limitazione (fortissima) della carcerazione preventiva,

l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione, una riforma del Csm che elimini l’autogestione dei magistrati, l’abolizione dell’ergastolo e del 41 bis, una massiccia depenalizzazione dei reati non violenti, e una riforma carceraria drastica, che riduca al minimo l’esecuzione delle pene detentive e migliori in modo sostanziale le condizioni di vita in prigione. Il problema che pone Berlusconi, se ho capito bene, è esattamente questo. Una seria riforma della Giustizia può essere guidata solo dalla componente liberale della maggioranza, cioè da Forza Italia. Per questo ha ceduto su molte pretese della destra-destra ma tiene duro fino all’ultimo sul nome del ministro (anzi, della ministra) della Giustizia. Vuole Casellati.

Naturalmente il nome dell’ex magistrato Carlo Nordio è un nome prestigiosissimo. Ma evidentemente il cavaliere vuole che il controllo sulla giustizia non sia nelle mani di un partito, quello della Meloni, che al di là delle posizioni di alcuni suoi esponenti, come lo stesso Nordio, non dà sufficienti garanzie. Vuole che Forza Italia tenga le redini nelle sue mani. Ci riuscirà? Vedremo. Intanto ha riaperto la partita. E sarà lunga, lunga e difficile questa partita. Meloni davanti a se ha un percorso di guerra non una prateria.

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Giornalista professionista dal 1979, ha lavorato per quasi 30 anni all'Unità di cui è stato vicedirettore e poi condirettore. Direttore di Liberazione dal 2004 al 2009, poi di Calabria Ora dal 2010 al 2013, nel 2016 passa a Il Dubbio per poi approdare alla direzione de Il Riformista tornato in edicola il 29 ottobre 2019.