Scusate, cari lettori – e sempre ammesso che abbiate l’età per ricordare – se parlerò male di Kennedy. Lo ammetto: questa l’ho rubata a Giorgio Gaber. Ricordate la canzone “Scusate se parlo di Maria”? No, non specificamente di Maria Vergine, ma di tutto ciò che fa da sfondo vago e indistinto, chiamatelo banalità, tutta quella fuffa che prende il posto delle idee e non parliamo degli ideali. Perché proprio di Kennedy? Spiego ai più giovani. Sapete come comincia la favola: c’era una volta… un re? Sì, ragazzi, stiamo parlando di un vero re americano, che abitava in una Casa Bianca chiamata Camelot dove incarnava il mito di Re Artù, e la sua Ginevra era una fatina anni Sessanta algida ed elegante che si chiamava Jacqueline, di buona origine, e che molti anni dopo sarebbe diventata una puttanona da rotocalco (i media di allora) fra le braccia del petroliere Onassis sui suoi yacht.

Erano i primissimi anni Sessanta, l’America era lontana e partoriva milioni di baby boomers, i figli dei soldati tornati dalla guerra. Il presidente era ancora per poco Dwight “Ike” Eisenhower, il generalissimo calmo e calvo che aveva vinto la guerra. Brulicava allora una dinastia irlandese nel Massachusetts, veri duchi di Boston e dintorni ed era questa tribù dei Kennedy, belli, spesso rossi e con un marker genetico. In quanto cattolici, erano prolifici come conigli. Il loro papi, Joseph, in quanto irlandese tifava per i tedeschi anche mentre era ambasciatore americano a Londra. E, già che c’era, arrotondava le entrate contrabbandando alcool ai tempi per valigia diplomatica, collocandosi più in prossimità di Al Capone che di Franklin Delano Roosevelt. Dopo la guerra si ritrovava con due figli da esposizione, John Fitzgerald e Robert, pronti per la scalata finale che poi finì nel sangue e nella maledizione. Molti Kennedy furono assassinati o fecero qualche altra brutta fine in incidenti assurdi.

Il primo fu il nuovo Re Artù, l’affascinante maschio alfa John Fitzgerald, uno dei più grandi seduttori di uomini e donne di tutti i tempi. Suo fratello Robert, “Bob” Kennedy, aveva intrapreso la carriera politica per via giudiziaria, e si faceva le ossa come giudice antimafia, il castigamatti dei wise guys, ovvero dei mammasantissima italo-americani che spargevano pallottole e cocaina ovunque piantassero un casinò e un bordello, fra Miami e Cuba. Tra questi mafiosi d’influenza, il più grande figlio di puttana era Giancana. La mafia dominava sui sindacati perché i contratti di categoria si facevano usando mezzi anche brutali. Giancana sguazzava nel jet-set e se la faceva con tutti gli italiani di spicco fra cui Frank Sinatra – The Voice – che poi avrebbe sposato (e divorziato da) Mia Farrow che avrebbe regalato al marito odiato Woody Allen un pupo che è il ritratto di Sinatra, oggi famoso giornalista supporter sfegatato delle femministe #Mee-Too.

Le storie sono grandiose e terribili perché ci troviamo nel cuore di un’America rampante, gaudente e che allo stesso tempo incarna la cattiva coscienza dei democratici nei confronti dei neri, liberati dalla guerra di secessione e relegati nel ghetto della discriminazione. La base democratica del Sud odiava Kennedy per questo. Tutti i democratici del Sud lo odiavano e fra loro ci fu qualcuno che gli fece la pelle, probabilmente. Insomma, top jet set. Alla sinistra europea non pareva vero. I Kennedy erano indubbiamente di sinistra. John, che d’ora in poi chiameremo come il suo aeroporto JFK, era fichissimo, eroe di guerra e come insegnano i libri di storia batté il giovane Richard Nixon (il futuro presidente del Watergate) nel primo dibattito televisivo del Pianeta. Ma non vinse solo per quello. Vinse perché papi si chiamò Tom Giancana e gli disse: mio figlio corre da Presidente e tu comandi sulle Unions, i sindacati. John non può farcela senza i sindacati. Vuoi fare un deal, un patto?

Ok, disse Giancana: il patto è questo: tu, Joseph, richiami tuo figlio Robert che vuole far carriera a mie spese e gli dici di darsi una calmata e che mi lasci in pace. Ai ragazzi del sindacato diremo chi votare. Do we have a deal, siamo d’accordo? Deal, rispose Joseph che chiamò Robert per dirgli della nuova strategia. Se lo fa, le Unions saranno tutte per John, e lo portiamo dritti e insieme alla Casa Bianca. E così fu. Robert accettò, un po’ di malumore, ma suo fratello JFK gli promise il posto di Procuratore generale e implicitamente la successione dinastica. Poveretti, finirono ammazzati tutti e due e ricordo perfettamente come chiunque dove ero e che cosa facevo quando ammazzarono JFK a Dallas e Robert nel 1968. JFK aveva una amante che era la più bella donna del mondo e di tutti i tempi: Marilyn Monroe. Che però si spartiva anche con suo fratello Robert e un pochino anche con Giancana che era nel giro. Marylin dette molto fastidio alla principessa Jackie quando cantò con voce da pre-orgasmo Happy birthday mister President al compleanno di JFK.

In Italia la sinistra in cerca di idee si trovò le immagini già pronte di una nuova fantastica invenzione, la nuova vergine Maria: Kennedy, il kennedismo, i kennediani, tutta la truppa coccolata dall’età della prima elementare fino alla prima campagna elettorale. Ricordo personalmente l’imbarazzo che provai quando Walter Veltroni, che credeva nel kennedismo importato come i trotzkisti credevano nella rivoluzione, moltissimi anni dopo, esibì una cucciolata di discendenti della famiglia, radunati al cinema Mignon di Roma come a una esposizione canina. La sinistra italiana poteva finalmente liberarsi del decaduto fascino della Rivoluzione d’ottobre, perché abbiamo noi la gente giusta, almeno finché durano. Com’erano carini e kennedini. Tali e quali al piccolo Joseph III (hanno i numeri dopo il nome come i re di Francia e certamente non arriveranno a sedici come i Luigi) pochi giorni fa se la prese nelle terga per aver fatto lo sbruffone con un’America che non c’è più: si è presentato alla convenzione democratica per reclamare un seggio da senatore, pur essendo un congressman, e l’hanno fatto fuori.

Gran dolore e gran pena in Italia fra tutti i reduci di un sogno altrui. Avete presente il racconto di Jorge Borges in cui un uomo per anni costruisce nel sogno un figlio inesistente e lo porta alla vita e ad accendere un fuoco sul monte di fronte, salvo scoprire subito dopo di essere lui stesso il sogno sognato di un altro sognante? Così. I Kennedy, un sogno altrui. Ma i kennediani all’amatriciana si moltiplicavano: che vuoi di meglio per essere di sinistra senza stare con i russi ed essere per l’America, sì, ma attenzione: per “l’altra” America. Cominciò il periodo dell’altrismo. Siamo per l’altro da noi, purché alla fine vinciamo un pochino anche noi. L’ideale di JFK era nobile e lo realizzò il suo successore Lyndon Jhonson che era il suo vicepresidente quando Lee Harvey Oswald gli fece saltare le cervella a Dallas e Jackie si allungò sul cofano per raccogliere i pezzetti di cranio del marito. JFK voleva chiedere la segregazione razziale che era seguita alla liberazione degli schiavi un secolo prima.

Da allora i neri erano segregati. Kennedy si giocò tutto e non si sa alla fine chi l’ammazzò. Forse i segregazionisti, o forse anche Fidel Castro il quale aveva scoperto diversi killer speditigli da Kennedy per farlo fuori, dopo che lo stesso JFK appena insediato aveva autorizzato l’avventurosa invasione degli esuli cubani alla Baia dei Porci, ma negando loro l’appoggio aereo. Fidel Castro ne fece polpette. O forse a farlo fuori i sovietici, furiosi per l’umiliazione dei missili a Cuba che costò la testa al successore di Stalin, Nikita Krusciov che perse al tavolo da poker di JFK quando quello gli disse: o portate via i missili da Cuba o è la guerra. Kusciov si infuriò e sbatté le scarpe sul leggio dell’Onu e quando tornò a casa gli fecero la festa. Lee Harvey Oswold, colui che sparò a Kennedy dopo essere tornato dall’Unione Sovietica con una moglie russa, fu messo a tacere da una revolverata (la prima ripresa in diretta davanti alle telecamere) di Jack Ruby, un barista malato di cancro terminale e il mondo – e tutti noi allora comunque entusiasticamente kennediani, anche se non di carriera – per anni visse la saga dell’inchiesta del giudice Warren sull’omicidio di Kennedy.

I kennediani italiani intanto facevano carriera. Si erano ben inseriti nel gruppetto di comando del partito democratico che cercava alleati nella sinistra ex o post-comunista (non solo italiana, ma specialmente italiana) offrendo cattedre prestigiose in gentile concessione ad alcuni opinion leader e ai loro protegé, creando così una schiatta immortale di we few, we happy few, we band of brothers. L’America kennediana d’altra parte aveva scoperto il fascino delle “teste d’uovo”. Il primo fu Adlai Stevenson, peraltro un genio, che univa all’esser di sinistra l’eleganza, la forbitezza, la cultura, ciò che oggi chiamiamo radical chic o gauche caviar. Allora si diceva teste d’uovo. Però Stevenson era anche un anticomunista feroce. Era quello che inventò il detto più smagliante: «Finché voi seguiterete a mentire sul nostro conto, noi seguiteremo a dire la verità sul vostro».

I Kennedy erano una stirpe e correvano tutti per un seggio al senato, i più sfigati alla House, la camera bassa dove Nancy Pelosi ha dato il bacio della morte all’ultimo rampollo Kennedy, tutti in adorazione della teca in cui splendono nel neon della storia, le ossa degli avi assassinati. Ma, come a Bisanzio, i ragazzi della stirpe erano via via sempre più esangui e insignificante, presuntuosi e scollati dalla realtà. Oggi i Kennedy perdono – e i kennediani con loro – perché non hanno capito nulla di quel che succede in America, nello stresso modo in cui non capiscono testardamente nulla i loro adepti italiani e francesi: ottusi, capricciosi, testardi e ciechi, ma di una arroganza commovente. I Kennedy sono rimasti aggrappati alla middle class bianca di centrosinistra, che ammette soltanto dei neri che riconoscano la supremazia dell’uomo bianco e che stanno totalmente sulle palle alla nuova sinistra dei Sanders e della Ocasio Cortez, tutti allegramente neo-leninisti, guevaristi, anticapitalisti, nel migliore dei casi socialisti che non vogliono saperne delle mediazioni offerte dalla vecchia dinastia perché oggi sono i tempi in cui si abbattono le statue, si saccheggiano le vetrine, si incendiano le auto.

E poi, scusate (hanno gridato le folle di sinistra all’ultimo rosso Joseph III) ma non siete voi che avete cominciato la guerra nel Vietnam? Non siete voi che avete portato il mondo sull’orlo della terza guerra mondiale per far levare i missili russi da Cuba mentre mantenevate i vostri in Turchia dietro il giardino dei russi? Tutto vero. Il leader del sogno della sinistra mondiale fu colui che mandò di nascosto (senza informare il Congresso) i primi plotoni di berretti verdi in Vietnam e in Cambogia e fu Kennedy a imporre l’embargo alla Cuba di Fidel e del “Che”. E, a dirla tutta, i guai combinati da JFK furono parzialmente rappezzati dal più odiato presidente repubblicano prima di Trump, ovvero Richard Nixon, detto “Tricky-Dicky”, l’imbroglione, il quale chiuse la guerra nel Vietnam, aprì alla Cina di Mao e riportò la pace là dove i fantastici Kennedy avevano inflitto, con i loro sogni privati e viziati, grandi lutti pubblici.

E i “kennediani de noantri”? Immobili, tetragoni, la piega del disprezzo sul labbro esangue, scansano con cura la verità come una intolleranza alimentare. Ma la loro memoria è sensata: hanno fatto parte, da fuori le mura, del regno di Camelot. Hanno respirato l’aria respirata da chi conta. E si sono dati moltissime cattedre e arie. Vanno capiti e salutati con l’ammainabandiera, ora che l’ultimo Kennedy è stato mandato a lavorare e che la pratica può considerarsi chiusa, anche perché quasi tutti coloro che potevano ricordare brucano ormai nei grandi pascoli del cielo.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.