«L’Europa del bla bla, l’Europa che si perde in chiacchiere e non decide, l’Europa che sulle grandi questioni è ostaggio di un unanimismo anacronistico e ricattatorio, è una Europa che non può sperare non dico di vincere, ma neanche di combattere con la necessaria determinazione e condivisione le sfide del presente e quelle del futuro, a cominciare dalla pandemia virale». Ad affermarlo, in questa intervista a Il Riformista è uno dei più autorevoli economisti europei: Jean Paul Fitoussi, Professore emerito all’Institut d’Etudes Politiques di Parigi e alla Luiss di Roma. È attualmente direttore di ricerca all’Observatoire francois des conjonctures economiques, istituto di ricerca economica e previsione. È autore di numerose opere tra cui La misura sbagliata delle nostre vite. Perché il PIL non basta più per valutare benessere e progresso sociale (Etas 2010 e 2013), scritto con Joseph Stiglitz e Amartya Sen; Il teorema del lampione o come mettere fine alla sofferenza sociale (Einaudi 2013) e La neolingua dell’economia. Ovvero come dire a un malato che è in buona salute (Einaudi 2019).

Professor Fitoussi, i governi europei continuano a scontrarsi sulla redistribuzione dei vaccini e l’Europa si scopre sempre più dipendente da Big Pharma. Ma che Europa è mai questa?
È una Europa che fa finta di esistere ma che nei fatti non esiste. Non è da oggi che conosciamo il potere delle grandi aziende farmaceutiche. Oggi si è scoperta l’acqua calda. Incredibile ma vero! L’Europa avrebbe dovuto negoziare molto prima, con forza. Se lo avesse fatto non si sarebbe dimostrata così debole. Le cose si sapevano da tempo, dappertutto. Avevamo l’esempio israeliano. Loro hanno ottenuto tutto perché hanno accettato di pagare. Guardi, non bisogna essere un premio Nobel in economia, basta fare due conti. AstraZeneca ha ricevuto 1,2 miliardi di dollari, Johnson & Johnson un miliardo di dollari, Moderna 1,5 miliardi di dollari, Novavax 1,6 miliardi, 2,1 miliardi a Sanofi. Il governo americano ha finanziato con più di 12 miliardi di dollari la ricerca sui vaccini e le terapie anti Covid. Miliardi, non chiacchere. L’Europa, come sempre, è debole perché chiacchiera, fa bla bla, piuttosto che agire. Questa Europa non agisce. Omette talmente tanto di agire che quando ci prova, il problema è sparito. Siamo a questo punto. È un’Europa che si è dimostrata colpevolmente deficitaria su una cosa, la lotta al Covid-19, su cui al contrario dovrebbe essere molto forte e unita.

Ma questa non è la testimonianza ulteriore che c’è anche un problema di sovranità europea. Una sovranità che non esiste?
Questa è la mia tesi. La sedia della sovranità è vuota. Desolatamente vuota. In Europa non c’è né sovranità europea né sovranità nazionale. Perché la sovranità nazionale è impedita dalle regole europee e la sovranità europea è impedita dai trattati. Siamo in un vuoto dove le decisioni non possono emergere. Come decidere… Nessuno è davvero legittimato per decidere.

Quindi c’è anche un problema di regole. E dunque si ripropone il tema di una Europa che per decidere deve essere unanime, ma in questo modo non ci si condanna all’immobilismo e dunque all’impotenza?
Lei ha ragione. Io lo dico da sempre che il problema dell’Europa è costituzionale e democratico. Una democrazia dell’unanimità non esiste in nessuna parte del mondo. Non è di questo pianeta. Questo significa che non si cerca di decidere ma si passa il tempo in estenuanti trattative per giungere a un compromesso che quasi sempre, per essere ottimisti, è un compromesso al ribasso. E da compromesso a compromesso l’Europa rischia l’irrilevanza, l’inerzia, sottoposta ai continui ricatti di quei Paesi e dei loro leader che dall’Europa vogliono sempre e solo prendere e mai concedere. Come fosse una sorta di bancomat inesauribile. Il meccanismo dell’unanimità è un cedimento continuo alla parte meno cooperativa dell’Europa. Così com’è non andiamo lontano. E di questo i popoli se ne accorgono e votano di conseguenza.

Dall’inizio di questa crisi pandemica, si continua a ripetere che nulla sarà più come prima. Ma non c’è il rischio che si stia peggio di prima?
Tutto è possibile, ma mi auguro che non sia così. Spero che abbiamo imparato delle cose. Ad esempio, la prima lezione della pandemia è che la popolazione deve venire protetta. Se i governi non proteggono la popolazione, non fanno il loro mestiere, e dunque vengono “licenziati” con il voto. Se l’Europa non protegge la popolazione, allora l’Europa non ha veramente una ragione di permanere per un lungo tempo. La questione fondamentale da comprendere è che più il mondo è aperto, più la popolazione ha bisogno di essere protetta. Invece facciamo l’inverso, tutto alla rovescia. Perché noi pensiamo ancora che quello che impedisce all’Europa di crescere è la protezione sociale. Invece, è l’esatto contrario.

Professor Fitoussi, ma che ne è stato di quel dibattito, che si voleva risolutivo per i destini dell’Europa, sul Recovery fund, sull’utilizzo delle risorse finanziarie per affrontare la crisi pandemica non solo sul terreno della salute ma anche per far fronte alle drammatiche ricadute sociali ed economiche che questa crisi ha determinato?
Che vuole che le dica: se i Paesi hanno dimenticato i fondamentali del rilancio, delle politiche espansioniste legate ad una fiscalità europea, allora non sanno più come fare. Hanno invece imparato che il “bla bla” può sostituire la decisione, e questo è un elemento. Ne abbiamo già parlato in una nostra precedente conversazione. L’amara verità è che oggi l’Europa manca su tutti i fronti, non solo su quello sanitario. Manca sul fronte dell’occupazione, della lotta alla precarietà: manca sul fronte della lotta al terrorismo, manca sul piano militare. E l’elenco sarebbe interminabile. Il problema è che non può durare a lungo così.

Come se ne esce?
Io continuo a ritenere che l’Europa debba pensare, ed agire, in termini “neo keynesiani”. Nel senso di non considerare un “delitto” l’intervento del pubblico nei settori strategici dello sviluppo economico e sociale. E questo vale a livello europeo ma anche dei singoli Stati. Insisto su questo punto che, tanto più di fronte ad una crisi che non ha precedenti dal secondo dopoguerra: non si tratta più di allargare i cordoni della spesa pubblica, di fare i conti fino in fondo sui disastri sociali determinati dall’iper austerità. L’Europa si condanna alla marginalità e ad una devastante decrescita se continua a considerare un “delitto” l’intervento del pubblico nei settori strategici dello sviluppo economico e sociale. E questo vale a livello europeo ma anche dei singoli Stati. Oggi ci accorgiamo, sgomenti, che i servizi e i settori pubblici più importanti, quelli che hanno a che fare con la vita della gente, sono in uno stato di povertà assoluta. Pensiamo all’istruzione, alla sanità, ma anche alla sicurezza, all’esercito, alle forze dell’ordine, così come allo stato, spesso pietoso, delle infrastrutture. L’Europa non può dire: non ci sono i soldi. Questa giustificazione non regge più. Puntare, anche attraverso l’intervento pubblico, su questi settori strategici è investire sul futuro, e lo è anche se questo significa, nel presente, allargare i vincoli di bilancio. Il secondo elemento, è che il momento di profonda incertezza in cui viviamo impedisce al settore privato di investire e questo ha ricadute molto dolorose sulle condizioni sociali e di vita di milioni di persone. Non c’è fonte di domanda. E allora bisogna avere il coraggio di creare una domanda pubblica. Ma in un tempo in cui non si vuole che la gente lavori fuori, è difficile mettere in opera le grandi infrastrutture, e dunque siamo in una specie di bolla, in una parentesi che non sappiamo quanto è destinata a durare. Tutto è legato. Se fossimo stati più lungimiranti e più determinati per la vaccinazione, avremmo potuto fare senza problemi questo piano di rilancio, come sta avvenendo negli Stati Uniti, come si sta facendo in Israele. I leader europei vadano a lezione da Biden. Sarebbe una lezione “salutare”.

Esperto di Medio Oriente e Islam segue da un quarto di secolo la politica estera italiana e in particolare tutte le vicende riguardanti il Medio Oriente.