La proposta del segretario Enrico Letta di candidarsi al collegio Roma 1 e prendere il posto di Roberto Gualtieri, per Giuseppe Conte non era abbastanza allettante: “Dopo un nuovo supplemento di riflessione, ho capito che in questa fase ho ancora molto da fare per M5s. Non mi è possibile dedicarmi ad altro”. Una riflessione al sapore di dietrofront del leader dei pentastellati che scatena le reazioni di Matteo Renzi: “Conte ha paura del voto” e del leader di Azione, Carlo Calenda: “Dem succubi dei Cinque Stelle”.

Non sarà quindi l’ex premier Conte il candidato dell’alleanza di centrosinistra per il seggio di Roma 1 alle elezioni suppletive per la Camera dei Deputati. La conferma arriva dallo stesso ex premier e leader del Movimento, dopo giornate di incertezza e di attacchi arrivati da Renzi e Calenda, che si era spinto anche a prospettare una sua candidatura pur di contrastare quella di Conte.

Il numero uno di Azione ha commentato la ritirata di Conte, dicendo che “sapeva benissimo che avrebbe dovuto correre in un territorio non particolarmente fertile per i 5S e che lì, con un avversario forte, rischiava di perdere”. In un’intervista a Repubblica, Calenda ha poi dichiarato di ritirare la propria candidatura alle suppletive, perché senza Conte in corsa “il problema non sussiste più”.

Quello che Calenda voleva scongiurare era la possibilità che il Movimento “nella Capitale già responsabile di un disastro amministrativo”, (in riferimento alla gestione dell’ex sindaca Virginia Raggi) “calcasse i sacri Colli, che il Pd abbandonasse i propri elettori a un Movimento che in quel collegio alle Comunali ha preso il 5,3 per cento. È da tre settimane che Enrico Letta ci prende in giro, dicendo che avremmo parlato. Questo modo di procedere di Enrico dimostra che non c’è nessun Ulivo 2.0 ma solo un Conte 2 riveduto e corretto. Lì sono rimasti i dem, nessuno sforzo di ampliare l’area liberale, democratica e riformista”. L’obiettivo di Calenda è adesso di confrontarsi con il Pd per “una coalizione più larga, senza i 5Stelle”.

Il Pd non ha mai fatto mistero di aver sposato un’opzione politica, quella del campo largo, che include i 5S. “La verità è che nel Pd decide un blocco di potere composto da ex ds romanocentrici e da Franceschini. Amministratori e sindaci non contano nulla, specie quelli del Nord. E questo sistema imbriglia anche Gualtieri. Poi, per ora, fra i democratici sono in tanti a voler fare il presidente della Repubblica, hai visto mai che si inimichino qualcuno. È una follia”.

E se la voglia di autosufficienza cela presunzione, Calenda non si nasconde, nemmeno di fronte all’alleanza (che si dovrà pur fare): Non siamo contrari a un modello Ursula. È lo stesso obiettivo di Renzi. Ma non crediamo ne a un partito ne a un gruppo unico in Parlamento. Prima dobbiamo costruire un solido movimento liberal-democratico. Con +Europa, amministratori locali e soci età ci vile. Ora il Grande centro, costruito ora e in Parlamento, non sta in piedi. Ha altri fini come pesare di più in vista dell’elezione del Capo dello Stato.

E se ancora non si sbilancia su previsioni per il Quirinale, una preferenza ce l’ha: “Meglio indicare come Capo dello Stato Marta Cartabia, una figura con esperienza costituzionale che sarebbe la prima donna al Colle e fare un patto di legislatura che vincoli gli attuali componenti della maggioranza a non creare instabilità fino al 2023″.

Riccardo Annibali