Lascia sgomenti ma non meraviglia leggere dell’interrogazione parlamentare annunciata dai Cinque Stelle e scritta sulla falsariga di un articolo pubblicato dal loro organo ispiratore Il Fatto quotidiano, che maledice il Capo del Dap Carlo Renoldi e l’associazione Nessuno tocchi Caino per una visita fatta insieme alle Camere penali – due mesi fa! – nelle carceri della Sardegna, comprese le sezioni del 41-bis. Il Fatto Quotidiano ha spiato dal buco della serratura quello che avevamo fatto alla luce del sole. Bastava ascoltare le nostre videoregistrazioni pubbliche per sapere che eravamo stati autorizzati a visitare 5 carceri sarde e anche le sezioni del 41-bis.

Una visita autorizzata, come tante altre, dal DAP e quindi non una visita senza precedenti come tuona erroneamente il giornale. Visitammo infatti il 41-bis di Viterbo nell’aprile 2019 e negli anni precedenti anche quelli di Parma e Tolmezzo. Al Fatto e ai suoi parlamentari stellati consigliamo di leggere e di meditare sul rapporto di 11 pagine che abbiamo redatto alla fine delle visite in Sardegna e trasmesso al Capo del Dap. Capirebbero e interrogherebbero il ministro della Giustizia sul vero scandalo. Non lo scandalo dell’allarmante visita al 41-bis, un regime che, ribadiamo, è una forma di “tortura democratica” e come tale da riformare. Ma lo scandalo della carenza allarmante di Direttori (solo tre per dieci istituti penitenziari), di comandanti della polizia penitenziaria (a scavalco in diversi istituti), di educatori. Lo scandalo delle condizioni di vita di TUTTI i detenuti, di una vita in carcere dove le attività (lavoro, scuola, sport, cultura) sono ridotte al lumicino e le giornate trascorrono in un disperato ozio. Per non parlare dello scandalo del diritto alla salute negato in molti casi, compresi quelli psichiatrici che sono centinaia.

Vero è che quando abbiamo successivamente incontrato, come Nessuno tocchi Caino, il capo del DAP Renoldi, egli ci ha fatto presente che non avremmo dovuto “parlare” con i detenuti al 41-bis, ma solo visitare le celle, così come è vero che gli abbiamo fatto presente che “verificare le condizioni di vita” dei detenuti e degli internati (questo è infatti lo scopo delle “visite agli istituti” autorizzate ai sensi dell’art. 117 del Regolamento di attuazione dell’Ordinamento Penitenziario) è impossibile senza ascoltare i detenuti e gli internati. Proprio nella visita a Viterbo a Pasquetta del 2019, un detenuto in carrozzella passava quel tempo di isolamento totale disegnando e ci disse (poteva parlare) che non lo autorizzavano ad avere più di 10 colori. L’agente di sezione, al quale chiedemmo quale fosse il motivo di “sicurezza” legato a questa limitazione, rispose che non c’era.

A proposito di ergastolo ostativo e 41-bis, che i parlamentari antimafia a cinque stelle considerano esempi fulgidi di civiltà democratica, ricordiamo che l’Italia è stata condannata dalla Corte europea per i diritti dell’uomo per il suo “fine pena mai” e che il Comitato europeo per la prevenzione della tortura considera il “carcere duro” a dir poco “problematico” rispetto all’articolo 27 della Costituzione e all’articolo 3 della Convenzione EDU che vieta la tortura e i trattamenti inumani e degradanti. Senza contare poi quello che, in tema di isolamento, affermano le Regole di Mandela dell’ONU. Norme e regimi, quelli del 4-bis e del 41-bis, introdotti 30 anni fa e che ci si ostina a mantenere, finanche ad ampliare, in memoria di chi è deceduto allora e che certo non voleva un simile stravolgimento dello Stato di Diritto. Un’insana idea di giustizia vendicativa anima questi paladini contemporanei dell’antimafia di professione, questo loro modo di pensare che fa degradare il Paese-culla-del-diritto in un Paese-tomba-del-Diritto, nel baratro della regressione e della negazione dei principi costituzionali italiani e convenzionali europei.

Sappiamo che le nostre posizioni radicali sul 4-bis e il 41-bis non sono condivise dal Capo del DAP Renoldi e dalla Ministra Cartabia. Ma sappiamo anche l’immane compito che si sono assunti di rendere “legali” secondo i principi costituzionali le carceri italiane. È quello che non possono accettare coloro che invocano “legge e ordine”, che si nutrono di pane e manette. Un’ultima considerazione che riguarda l’iscrizione a Nessuno tocchi Caino dei condannati all’isolamento e alla pena senza fine, dei “cattivi” per eccellenza, degli immutabili, degli irredimibili. Meditate, campioni di onestà e legalità, sulle parole di Marco Pannella dette molti anni fa a proposito di un altro scandalo: l’iscrizione al Partito Radicale del capomafia Piromalli. “Penso piuttosto – disse Marco – che proprio Piromalli, non quello ‘trionfante’ libero e potente, ma quello sconfitto e ormai inerme abbia voluto essere ‘anche’ radicale, ‘anche’ nonviolento, lasciare magari ai suoi nipoti, a chi comunque crede, ha creduto in lui, questo segnale… Se avesse avuto ancora da conquistare, contrattare, salvare ‘potere’, allora avrebbe avuto contatti con tutti, tranne che con noi. E dico proprio ‘tutti’.”

Nessuno tocchi Caino, associazione radicale alla quale – per statuto – si può iscrivere chiunque, se pietra dello scandalo può essere considerata, nelle carceri e nella società, è dello scandalo della nonviolenza. Coi suoi “Laboratori del cambiamento – Spes contra Spem”, nelle sezioni di alta sicurezza, in questi anni, siamo stati artefici e testimoni di un’opera straordinaria di conversione dal male al bene, dalla violenza alla nonviolenza, dal delitto al diritto. “Il nostro Statuto – diceva ancora Pannella – è quello di un servizio pubblico. Chi vuole, paga il biglietto e viaggia, per un anno, verso dove la diligenza si dirige”.

Rita Bernardini, Sergio D’Elia, Elisabetta Zamparutti