La campagna elettorale? Un lungo discorso che si potrebbe sintetizzare in una battuta, ma manca il battutista. Il fatto è che gli italiani sono diventati adulti ma non se sono accorti.
O meglio: il tempo della politica è diventato adulto e noi ce ne accorgiamo solo quando ci vuotiamo le tasche e guardiamo nel portafoglio. Siano più poveri o più ricchi? Che ne farete di noi? Ogni estate la siccità prosciuga e ad ogni autunno le alluvioni devastano affogando. Abbiamo anche imparato che non basta mettere la spina nella presa per far girare il motore e che l’energia è finita e dobbiamo cucinare le uva meno sode.

Certo, i francesi e tutti gli altri bambini grandi hanno le centrali nucleari e la corrente elettrica. Ma questa non è la campagna elettorale. Ieri abbiamo visto Draghi in smoking tutto d’un pezzo come sempre mentre riceveva il premio americano di Statista dell’Anno. Aveva l’aria di dire: visto? Cretini. Quando lo ritrovate uno come me. Presidente, presidente, una domanda: è disposto a fare di nuovo il Presidente del Consiglio? Risposta: no. Fine della storia. E allora, chiedono all’onorevole Calenda, ma se il suo programma è riportare Draghi a Palazzo Chigi e quello ha già detto di no, che senso ha il suo programma? E Calenda risponde arrampicandosi sugli specchi che Mario Draghi non poteva dire altro e che quindi, il suo no è un sì. Il cittadino è confuso ma ascolta. D’altra parte, anche Renzi è d’accordo e manda a dire a Letta che secondo lui il partito democratico è al suo punto più basso e che si è fatto anche fregare il Jobs Act che ha barattato con i bambini a Cinque Stelle con il reddito di cittadinanza che è l’oggetto del desiderio del Meridione: “guagliò votate a Conte”. Ma allora, gridano dal fondo della platea, questo è voto di scambio. Di scambio con che cosa? La Meloni intanto prende le distanze dai fascisti spagnoli, però dice che Orban avrà pure instaurato una democrazia autoritaria, ma a noi l’Europa piace con un suo Oriente e un suo Occidente.

Nella preistoria repubblicana degli anni Sessanta gli attori erano gente oggi in gran parte dimenticata: il leader socialista Pietro Nenni, il comunista Palmiro Togliatti, il democristiano Amintore Fanfani, poi Giuseppe Saragat socialdemocratico, Ugo La Malfa e tanti altri che il tempo e la memoria si sono portati via. La politica sia normale che elettorale era allora più semplice e quasi quadrata. E a Roma, involontario teatro della politica, i ragazzini che giocavano nei cortili avevano creato una cantilena che accompagnava i loro giochi. E faceva più o meno così: “Nenni ormai ha capito che Togliatti non lo vuole, e manda a di’ a La Malfa, je manna a dì così. La Malfa quando sente che Fanfani non lo vuole, je manda a dire a Moro, je manda a dì così”. Ecco, questo lo schema. Non si diceva mai “che cosa” l’uno mandasse a dire all’altro. L’importante era che ciascuno sapesse che qualcun altro gli aveva mandato a dire qualcosa, non si sa che cosa. La filastrocca era arrivata fra i cronisti e fra i politici e tutti canticchiavano suggerendo il vero schema della politica specialmente sotto elezioni in cui tutti mandano a dire qualcosa a qualcuno che poi gli manda a dire così.

Questa campagna elettorale è un gioco televisivo con le appendici di Twitter, poco Facebook e social che si rimpallano parole vuote o semipiene, fatte rimbalzare da specialisti dei rimbalzi on line. È una nuova arte. Tu non esisti per quello che pensi e dici, ma per quanti rimbalzi fai. Entrano in lessico verbi bullisti come asfaltare. Si asfaltano tutti. Ma gli elettori? La gente si diverte? Ci deve essere il selfie, ma chi se ne spara troppi poi diventa cieco. Mezzo secolo fa, i voti nascevano in scatola sul luogo e a causa del luogo. Le geografa faceva tutto lei. Era valida l’antica legge per cui la religione del suddito deve essere quella del suo principe e se sei emiliano sei comunista, se sei romagnolo sei repubblicano. La Sicilia e la Calabria in genere erano governative e i governi si facevano a rotazione per correnti e per regioni affinché tutti avessero un ministro a rotazione e poi tutti alle urne in massa, con i camion del dovere, tutti in fila sotto l’occhio vigile di Peppone e di don Camillo, e poi c’erano i grandi comizi e i capannelli per strada, i manifesti meno geniali.

Le televisioni riproducano nei talk ciò che è scritto sulle chat e i tweet dove si usa un linguaggio fondato sul rancore, i commenti da assassini e una spolverata d’odio visto che tanto – come verseggiava Trilussa – “so’ cugini e fra parenti non si fanno complimenti, ma torneranno più cordiali i rapporti personali”. Il tono si alza, ma il tasso di complicazione si abbassa. Chi ha vinto? Hai letto Salvini che gli manda a dire a Letta? E Letta? Letta gli manda a dì, gli manda a di’ così. E riparte il vecchio gioco. Gli italiani si sentono col reddito di cittadinanza in mano. Ovvero se ne stanno sul divano con i piedi sul tavolo e i popcorn. Giorgia allontana i sospetti che di questi tempi sono tutti internazionali. Ha fatto il test americano? E Berlino che dice? E Dubai? A domanda, i leader dei partiti fratelli dei paesi amici restituiscono il favore riciclato e dicono alle televisioni del Paese sotto elezioni chi sono i buoni (gli amici suoi) e chi i cattivi. Allora scatta il riflesso condizionato di chi sta con i russi e chi si vuole mondare dall’odore di vodka. Da chi prendevate i soldi? È ancora un argomento forte. Poi si gioca al vecchio: “E allora voi?!”. E allora voi avete fatto entrare in Italia divisioni di carri armati russi per portare ventun siringhe durante il Covid.

L’italiano elettore sul divano si diverte poco ma partecipa molto. L’italiano sbracato col popcorn non sa se andrà a votare perché nei paesi di antica democrazia uno va a votare solo se gli va. Nelle ore finali, sul palcoscenico si illuminano cascate di monetine, di redditi, di garanzie, pensioni, gettoni, lustrini. Il Gatto e la Volpe dicono a Pinocchio che stasera c’è una ficata bestiale al Campo dei Miracoli con Eros Ramazzotti, ma Pinocchio sale su uno monopattino offerto dal Comune e se ne va. E i giovani? Facciamoli votare a tredici anni. L’avvocato Giuseppe Conte invita Renzi a scendere in Sicilia senza scorta, così vedrà se non gli faranno la pelle. Geniale. E Renzi, di fronte a quella minaccia dopo che già gli hanno arrestato il babbo, la mamma, la nonna per segarlo in politica chiama la Lamorgese che lo scambia per Salvini. E Salvini viene dato per finito da Calenda che vuole fare il governo con una destra depurata senza tornare più con Letta perché ha imbarcato Fratoianni. L’italiano sul divano di cittadinanza è stordito.

Non capisce più chi manda a dire che cosa e perché. Calenda è pronto ad allearsi con la Lega senza Salvini e con Giorgia se fa un piccolo restyling; quindi, un governo Berlusconi sostenuto dal Partito popolare europeo? L’elettore mastica con passione e cerca di decifrare. E perché no, dice Calenda, ma forse sì dice Renzi, ma vedrete che vince Letta perché secondo Paolo Mieli il segretario del Pd ha il sorcio in bocca e non ce la conta giusta. Le carte sono state giocate tutte: le alleanze internazionali, il carrello della spesa, l’energia che ora appare e scompare mentre Mario Draghi con i suoi occhi da lucertolone sazio riceve in America il meritato premio Statista dell’Anno, probabilmente alla memoria. Il mondo politico nel suo complesso appare in televendita non ideologica, tutti cercavo di far saltare la cordata dell’altro ed è perfettamente salutare perché così è la politica. Sangue e merda come diceva Sartre riferendosi alla guerra, sangue e merda gli fece eco Rino Formica, già Premio Mente Più Lucida dei socialisti italiani. E gli italiani osservano, ogni tanto gridano gol e ricadono sul divano di cittadinanza in attesa che il rider suoni alla porta per recapitare il pollo fritto con patatine ordinato on line.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.