I russi? Non li vogliamo
Ue ancora divisa: Nord contro Sud sui visti turistici ai cittadini russi
I russi? Non li vogliamo. Il 4 giugno 2026, undici Stati appartenenti allo Spazio Schengen – guidati dalla Svezia e comprendenti Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, nonché Islanda e Norvegia in qualità di partner associati – hanno chiesto con una lettera all’Alto rappresentante Kaja Kallas e al Commissario Magnus Brunner la sospensione totale dei visti di breve soggiorno per finalità turistiche per i cittadini russi. Secondo il Barometro Schengen 2025, i visti rilasciati a russi l’anno precedente sono stati 477.878; un flusso che, affermano i promotori, ostacola i controlli di sicurezza del Codice dei Visti e agevola le reti di intelligence di Mosca.
Il nodo giuridico risiede nell’asimmetria applicativa delle regole sui visti. Gli Stati contigui alla Russia applicano restrittivamente le Linee guida della Commissione del settembre 2022, qualificando il contesto come una minaccia all’ordine pubblico, mentre i Paesi dell’Europa occidentale e mediterranea (segnatamente Francia, Italia, Spagna e Grecia) respingono ogni automatismo basato sulla cittadinanza. Questi ultimi, in particolare, rilevano che un diniego generalizzato violerebbe l’obbligo di scrutinio individuale, configurando una sanzione collettiva contraria all’articolo 21 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione europea. Sostengono inoltre che il contatto dei cittadini russi con il sistema di vita e i valori dell’Unione contribuisca a scardinare la propaganda interna di Mosca. La differenza alimenta il visa shopping dei russi verso le autorità consolari del Sud, che poi consente di circolare liberamente nell’area Schengen.
Finora la Commissione europea ha evitato di prendere posizione, temendo ricorsi a raffica da parte dei cittadini russi che si vedrebbero negare l’ingresso nello Spazio Schengen. Dopo lo stallo al Consiglio Giustizia e Affari Interni (GAI) del dicembre 2024, sotto presidenza ungherese, e la restrizione sui visti multipli del novembre 2025, la coalizione esige ora un intervento strutturale, sostenuta al Parlamento europeo dal gruppo Renew Europe e dalle delegazioni nord-orientali dei Popolari e dei Conservatori, mentre i Socialisti e i Verdi restano divisi sul nodo delle tutele per i dissidenti. Per superare l’obbligo del vaglio individuale sancito dalla giurisprudenza, i “falchi” dell’Ue propongono di agire al di fuori del Codice dei Visti, invocando misure restrittive che presuppongono una decisione unanime del Consiglio nell’ambito della Politica estera e di sicurezza comune e richiedono il successivo recepimento da parte dei partner Schengen extra-Ue. Sarebbero consentite solo deroghe tassative per motivi umanitari e per i dissidenti. Questo ha sostenuto la delegazione svedese nel Consiglio GAI del 4-5 giugno scorsi.
Se non vi sarà una determinazione coordinata, gli undici Stati prospettano il ricorso unilaterale e provvisorio alla reintroduzione dei controlli alle frontiere interne come salvaguardia contro imminenti minacce alla sicurezza. Per evitare una frammentazione che avrebbe severe ripercussioni sull’indotto economico e sul turismo del Sud Europa, l’Alto rappresentante e la Commissione sono ora sollecitati a presentare una proposta congiunta per misure restrittive uniformi e vincolanti.
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