Antisemitismo, 7 Ottobre, attacco all’Occidente: ne parliamo con Ugo Volli, professore emerito di Semiotica all’Università di Torino, autore di saggi e analista dei fenomeni politici e sociali contemporanei.

Professor Volli, il discorso di Netanyahu all’Onu era rivolto a noi: «Israele difende l’Occidente». Ne coglie la portata storica?
«Sì, nel senso che esiste un visibile assalto islamista, alleato con Russia e Cina, contro la democrazia occidentale, con tutte le complessità che questo comporta. L’assalto a Israele è parte di questo tentativo di distruzione, prima dei valori dell’Occidente, ma anche della sua capacità militare. Credo che il discorso di Netanyahu a New York, che è un discorso d’attacco e di critica, corrisponda alle sensazioni che hanno in Israele: fanno una battaglia per tutti e sentirsi abbandonati, ostacolati, boicottati, pugnalati alle spalle».

L’Occidente ha un problema con se stesso? L’odio di sé è un fenomeno di massa?
«Il fenomeno non è nuovo. Bisogna partire almeno dagli anni Venti, da “Il tradimento dei chierici” di Julien Benda. I maître à penser, gli influencer, diremmo oggi, sono facilmente nel corso di questo secolo filofascisti o filocomunisti. Ci sono pochissimi intellettuali e giornalisti che difendono la democrazia liberale. Pensiamo al lavoro di Roger Scruton sulla oikofobia: troppe volte l’Occidente odia la casa in cui si vive».

Da dove nasce questa difficoltà a difendere il proprio modello di vita?
«C’è una specie di parassitismo sociale di massa, su cui ha scritto Ricolfi nella “Società signorile di massa”. L’Occidente è abituato a vivere al di sopra dei propri mezzi, pensando che i desideri siano diritti. Abbiamo perso la nozione della necessità del lavoro e della necessità di difendere il nostro modo di vivere. Oriana Fallaci avvisava in tempi non sospetti. Sono persone di estrema minoranza, boicottate e odiate, perché dicono cose semplici, giuste ed evidenti».

Lei parla di sottomissione. È questa la chiave per comprendere una parte del problema?
«Sì. Significa pensare che se tu sei buono e gentile con gli altri, anche gli altri lo saranno con te. Fingere che le dinamiche conflittive non esistano significa fingere che la politica non esista. È anche l’idea della fine della storia di Fukuyama. Che non c’è mai stata, ma è la speranza di tutti: facciamo ammende e poi saremo tutti buoni e gentili e in qualche modo l’economia ci salverà».

La Premier Meloni ha detto che non si deve portare il burkha o l’hijab nelle scuole. Ha ragione? C’è un tema di laicità?
«Ha ragione, secondo me, ma non per il principio di laicità, che è un’altra cosa. Per il principio di laicità non bisognerebbe poter portare neanche il crocifisso, la kippah e così via. Il problema è che i vari tipi di velo non sono simboli religiosi, perché non ne esiste menzione nel Corano. Aggrediscono la libertà delle donne: queste cose non sono libere scelte, ma sono imposte. Se una non le mette, viene uccisa o emarginata. Il velo è il simbolo di una sottomissione, di un’inesistenza. Lo si vede in Afghanistan: non le fanno andare a scuola, non le fanno cantare, non si devono sentire le loro voci. Questa è totalmente inaccettabile in una democrazia. È una sottomissione di cui parlavano Michel Houellebecq e Oriana Fallaci e sulla quale ci avverte oggi Fiamma Nirenstein».

Il Papa ha radunato più di un milione di persone nelle sue tappe in Francia. È un ritorno alla spiritualità?
«Secondo me è una ricerca di identità. Almeno in parte della popolazione francese che non si sottomette: noi vogliamo essere quello che siamo. In questo caso, semplicemente cristiani. Ci sono posti in cui andare con la croce al collo è diventato pericoloso. L’idea è comunicare la volontà di quella che resta una grande maggioranza di continuare un percorso percepito come storico, millenario, come il modo per cui vale la pena combattere».

Tra pochi giorni sarà il 7 ottobre. Perché l’Occidente, l’Europa e l’Italia faticano tanto ad affrontarlo e a comprenderne il significato?
«Perché quello che è accaduto è stato immediatamente rovesciato. In pochissimi giorni dopo il 7 ottobre, prima dell’offensiva israeliana, c’è stata una presa di posizione a favore del progetto di Hamas e del progetto palestinista, con l’idea di rovesciare il senso della Shoah e della realtà. Una ricerca dell’Istituto Cattaneo sull’antisemitismo fra gli studenti, con interviste prima, durante e dopo il 7 ottobre, ha mostrato che il 7 ottobre ha provocato immediatamente, prima della risposta, un forte aumento della reazione antisemita, in particolare fra gli studenti che si identificavano come studenti di sinistra».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.