Chissà se chi è nato dopo può avere una pallida idea di ciò che Richard Nixon ha rappresentato nella generazione mondiale che visse come una tragedia collettiva la guerra del Vietnam? Naturalmente tutti sanno che ci fu uno scandalo detto Watergate e che da allora tutti gli scandali pubblici ricevono un nomignolo che finisce per “gate” in memoria di quello scandalo che fu se non un capostipite, almeno un modello di comunicazione utilizzabile in politica. E certo basta andare su Wikipedia per trovare la descrizione e la cronologia di quel che successe. Ciononostante quella cronaca non significa molto e penso che ciò dipenda dal fatto che si è persa la memoria di ciò che è stato per noi, anche noi italiani, la guerra del Vietnam per la quale Gianni Morandi cantava una canzone di tristi soldati costretti a sparare con un fucile che faceva ta-rat-a- tta-tattà.

La guerra nel Vietnam, come abbiamo già ricordato in questi appunti sul passato, non fu una guerra voluta da Nixon, che pure cercò all’inizio di combattere e vincere, ma fu la guerra che Nixon chiuse senza farsi prendere da tentazioni di rivincita. Fu una guerra di John Kennedy e dei suoi successori – in particolare del suo vice Lyndon Johnson che gli succedette giurando sulla Bibbia davanti al suo cadavere ancora caldo e davanti alla vedova Jacqueline che seguitava, dopo l’assassinio del marito e come una Lady Macbeth, a indossare lo stesso vestito sporco del sangue di John, cui Lee Harvey Oswald aveva fatto saltare il cranio con una fucilata esplosa dalla finestra di una biblioteca a Dallas, Texas. Era il 22 novembre del 1963. Kennedy aveva inviato i primi Green Berrets in Laos e in Vietnam, le antiche colonie francesi del Tonchino che i giapponesi avevano conquistato durante la Seconda guerra mondiale e che poi si erano ribellate al ritorno dei francesi.

Nixon aveva una personalità geniale e arrogante allo stesso tempo. Pochi sanno che molti anni dopo il Watergate, e da privato cittadino, l’ex Presidente Nixon diventò un ospite fisso del neo eletto Bill Clinton il quale lo faceva entrare da un passaggio sotterraneo nel suo appartamento privato, e Nixon scrisse nelle sue memorie che secondo lui Bill era un bravo ragazzo, disse, ma secondo lui quella Hillary che si era sposato era semplicemente una strega. Richard era un bravissimo avvocato e il suo primo successo politico fu ottenere la vicepresidenza con Dwight Eisenhower che era stato il comandante in capo di tutte le forze alleate nell’ultima parte della guerra, organizzando lo sbarco in Normandia dal suolo inglese, con grande irritazione di Winston Churchill che detestava quell’operazione perché avrebbe voluto risalire tutta l’Europa dall’Italia per ripristinare la rete dell’impero. Era un’epoca di cui pochi ricordano la micidiale rivalità fra inglesi e americani, del tutto mascherata dalla propaganda. Chi ne volesse sapere di più può vedersi la serie di una sola stagione “Traitors” che è di grande accuratezza e piena di soprese.

Eisenower, il generale vittorioso e più amato, si presentò candidato vincente per il partito repubblicano, nel 1952, dopo la presidenza di Harry Truman che era succeduto a Franklin Delano Roosevelt prima che la guerra finisse e poi era stato rieletto nel 1948. Nixon era politico scaltro tanto quanto “Ike” Eisenhower era un patriota dall’eloquio scialbo, ma un paziente e vincente programmatore militare, una di quelle persone che sanno usare risorse umane e materiali vincendo le guerre senza ricorrere alla retorica. Nixon, finito il doppio mandato da vicepresidente, volle correre per la Casa Bianca ed ebbe il famoso scontro televisivo col giovane rampollo dei cattolici bostoniani, John Fitzgerald Kennedy: fu allora che gli americani e il mondo impararono che la politica può diventare un match sportivo come un incontro di box, e quella prima volta fu vinta dall’angelico Kennedy, che mise al tappeto Nixon per abilità retorica. Novembre 1960.

Lo scandalo Watergate finì nel 1974 con le dimissioni di Nixon che abbandonò la Casa Bianca, ma era scoppiato nel 1972, durante la campagna elettorale per il secondo mandato di Nixon (campagna stravinta con oltre il 60 per cento dei consensi) quando qualcuno scoprì che il quartier generale del Partito Democratico, alloggiato nell’ edificio Watergate, era spiato dai microfoni e dai registratori nascosti degli uomini di Nixon del “Comitato per la rielezione” del Presidente. Nixon fu bravissimo a negare, mentire, e ancora negare le menzogne dette e cambiare versione con una faccia tosta senza uguali, conquistando così il nomignolo di Dicky “Tricky” Dixy, dove “tricky” sta per imbroglione. A quel tempo ancora non si usava con la frequenza di oggi la parola “dick” per indicare sia il pene come sostantivo che in senso di stronzo”, o “mascalzone” come aggettivo. Naturalmente la versione eroica e politicamente corretta dello scandalo Watergate ricorda che due intrepidi giornalisti, Bob Woodward e Carl Bernstein, ricomposero con paziente diligenza il puzzle degli intrighi del potere servendo così alla democrazia e al giornalismo una lezione esemplare che costrinse il potere ad arrendersi. Ma i due avevano un informatore allora segreto e per questo chiamato “gola profonda” che serviva loro le tracce necessarie per far fuori il Presidente. Il colpo riuscì grazie al passaggio dalla parte dei nemici del presidente, del suo uomo più fidato, John Dean che ebbe uno scontro con Nixon in seguito al quale accettò, per mettersi in salvo, di testimoniare contro di lui decretandone la fine politica.

Ma nel frattempo Nixon aveva segnato alcuni punti molto importanti nella politica estera americana: aveva approfittato della crescente rivalità tra i due massini Paesi comunisti, Unione Sovietica e Cina di Mao Zedong, per aprire le porte alla Cina e iniziare quella collaborazione cino-americana che ancora dura malgrado le tensioni.
La Cina d’altra parte era stata profondamente filoamericana durante la guerra perché aveva combattuto la stessa guerra contro i giapponesi. Dunque fu una svolta storica anche se toccò a Nixon chiudere con un atto di resa la guerra del Vietnam. O per meglio dire: visto che la guerra era impantanata e sempre più impopolare, dopo estenuanti colloqui con il Nord Vietnam a Parigi, Nixon decise di abbandonare la repubblica del Vietnam del Sud, alleata degli Usa, al suo destino. Lo fece in modo cinico e crudele perché lasciò agli ex alleati sud-vietnamiti un apparato militare regalato come se fosse stato un giocattolo, ma senza rifornimenti né pezzi di ricambio. Il Sud Vietnam resistette poco alla spinta dell’armatissimo Nord Vietnam che poteva contare sulle linnee di rifornimento sia cinesi che sovietiche. E agli ultimi americani rimasti toccò fuggire dal terrazzo dell’ambasciata di Saigon, il 30 aprile del 1975, sugli elicotteri su cui cercarono di salire vanamente decine di uomini del regime anticomunista, compromessi quanto bastava per sapere che la loro vita non valeva più un soldo.

Nixon chiuse quella guerra e ripeté in tutte le occasioni che soltanto lo smodato narcisismo di Kennedy aveva potuto causare quella insana impresa militare che non aveva alcuna probabilità di successo. La sconfitta americana in Vietnam fu un evento di importanza enorme, perché pochi si aspettavano che la più grande potenza del mondo si sarebbe arresa. Le manifestazioni di destra in America inalberavano cartelli che invocavano “la bomba” (atomica) su Hanoi, capitale della Repubblica popolare del Vietnam. Richard Nixon aveva conquistato la Casa Bianca nel 1968, lo stesso anno in cui il generale De Gaulle mollava per stizza il potere in Francia. Era stato un anticomunista di ferro in un’epoca in cui il comunismo era soltanto un sinonimo di Unione Sovietica. Ma fu un presidente quasi di sinistra dal punto di vista dei diritti civili, difesa ambientale e sgravi fiscali per i più poveri. Furono molti a dire più tardi che quell’uomo era stato in fondo uno dei migliori Presidenti e non il peggiore in assoluto come la vulgata sosteneva. La politica italiana fu in parte influenzata dagli eventi americani del 1974. Il Pci di Enrico Berlinguer scoprì che gli Stati Uniti potevano essere sconfitti, ma soltanto pagando prezzi altissimi. E che però anche l’Unione Sovietica doveva fare i conti con una realtà geopolitica in cui non aveva potere di intervento. Ciò fu una delle cause determinanti per l’esperimento dell’“Eurocomunismo” che avrebbe cercato di varare una politica comunista occidentale autonoma dall’Urss dei partiti comunisti italiano francese, portoghese e spagnolo.

La lezione del colpo di Stato in Cile, che aveva eliminato il presidente Salvador Allende sostenuto dalle sinistre, confermava che la nuova guerra fredda – spesso rovente, come in Vietnam e prima ancora in Corea – aveva disegnato delle frontiere invalicabili che somigliavano alle vecchie “aree di influenza”. Gli Stati Uniti non avrebbero più permesso regimi filosovietici nel loro “cortile di casa” e non ci sarebbe più stato spazio coloniale in estremo oriente, dominato dalla presenza cinese, ora legata ad un patto di reciproca tolleranza con gli Stati Uniti. Il mondo sembrò più definito nelle sue frontiere armate, e anche più crudele, mentre in Europa la ricaduta della guerra del Vietnam copriva tutto il fronte dell’arte, della musica rock, delle nuove droghe allucinogene di gran moda, insieme a un ritorno delle filosofie e dei costumi orientali grazie anche al favore che i buddisti vietnamiti avevano conquistato in occidente dopo il suicidio col fuoco di alcuni monaci in segno di protesta per la presenza americana. Cominciò quell’anno in Europa una fase nuova anche se incerta e la società nel suo complesso si ritrovò più laica e di sinistra, ma anche molto ferita dal terrorismo interno e internazionale, di cui diremo di più nei prossimi articoli.

(2 – fine del 1974)

LE TAPPE DEL WATERGATE:

1 luglio 1971: David Young ed Egil “Bud” Krogh gettano le basi di quelli che in seguito divennero i “White House Plumbers” (un’unità segreta di investigazioni speciali della Casa Bianca istituita per evitare fughe di notizie)

3 settembre 1971: i “White House Plumbers” irrompono negli uffici dello psichiatra di Daniel Ellsberg, alla ricerca di materiale che potrebbe screditarlo, Questa fu la prima grande operazione degli idraulici

17 giugno 1972: i “Plumbers” vengono arrestati alle 2:30 del mattino accusati di furto con scasso e installazioni di microspie negli uffici del Comitato nazionale democratico -che organizza la campagna elettorale in vista delle elezioni di novembre – presso il Watergate Building Complex

23 giugno 1972: nello Studio Ovale, HR Haldeman cerca di convincere il presidente Nixon di chiudere l’indagine dell’Fbi sull’irruzione del Watergate tramite i vertici della Cia. Nixon dà l’ordine, ma tutte le conversazioni vengono registrate

15 settembre 1972: i “Plumbers” accusati dell’irruzione al Watergate vengono incriminati da un gran giurì federale

28 febbraio 1973: iniziano le udienze per la conferma di L. Patrick Gray come direttore permanente dell’Fbi. Durante queste udienze, Gray rivela di aver rispettato un ordine di John Dean (consulente legale della Casa Bianca) di fornire aggiornamenti quotidiani sull’indagine del Watergate

17 marzo 1973: un condannato, McCord, scrive una lettera al giudice John Sirica, sostenendo che parte della sua testimonianza fu falsata sotto pressioni terze e che il furto al Watergate fu ordinato dai funzionari del governo, portando così l’indagine alla Casa Bianca

6 aprile 1973: il consigliere della Casa Bianca John Dean inizia a collaborare con i pubblici ministeri federali del Watergate

30 aprile 1973: gli alti funzionari dell’amministrazione della Casa Bianca si dimettono e John Dean viene licenziato

17 maggio 1973: la commissione Watergate del Senato inizia le sue udienze televisive a livello nazionale

3 giugno 1973: John Dean rivela agli investigatori di aver discusso con Nixon dell’insabbiamento delle prove del Watergate

13 luglio 1973: Alexander Butterfield, ex segretario per le nomine presidenziali, rivela che tutte le conversazioni e le telefonate nell’ufficio di Nixon sono state registrate dal 1971.

18 luglio 1973: Nixon ordina la disconnessione dei sistemi di registrazione della Casa Bianca

23 luglio 1973: Nixon si rifiuta di consegnare i nastri presidenziali alla commissione Watergate del Senato o al procuratore speciale

17 novembre 1973: Nixon pronuncia il discorso “Io non sono un truffatore” in una conferenza stampa televisiva a Disney World

28 gennaio 1974: Herbert Porter, collaboratore di Nixon, si dichiara colpevole di falsa testimonianza

25 febbraio 1974: Herbert Kalmbach, consulente personale di Nixon, si dichiara colpevole di due accuse di attività illegali nella campagna elettorale

1 marzo 1974: in un atto d’accusa contro sette ex aiutanti presidenziali, consegnato al giudice Sirica insieme a una valigetta sigillata destinata al Comitato sulla magistratura della Camera, Nixon viene indicato come un co-cospiratore non incriminato

4 marzo 1974: i “Sette Watergate” (Mitchell, Haldeman, Ehrlichman, Colson, Gordon C. Strachan, Robert Mardian e Kenneth Parkinson) vengono formalmente incriminati

16 aprile 1974: il procuratore speciale Jaworski emette un mandato di comparizione per 64 nastri della Casa Bianca

30 aprile 1974: la Casa Bianca pubblica le trascrizioni modificate dei nastri di Nixon

9 maggio 1974: iniziano le udienze di impeachment davanti alla Commissione Giustizia della Camera

24 luglio 1974: a Nixon viene ordinato di consegnare i nastri agli investigatori

8 agosto 1974: Nixon pronuncia il suo discorso di dimissioni davanti a un pubblico televisivo nazionale

9 agosto 1974: Nixon si dimette dall’incarico. Gerald Ford diventa presidente

8 settembre 1974: il presidente Ford chiude le indagini concedendo la grazia a Nixon

31 dicembre 1974: a seguito degli abusi della privacy dell’amministrazione Nixon, il Privacy Act del 1974 diventa legge

4 maggio 1977: Nixon rilascia la sua prima importante intervista sul Watergate con il giornalista televisivo David Frost

15 maggio 1978: Nixon pubblica le sue memorie, dando più del suo lato della saga del Watergate

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.