Un ricordo personale che incrocia passaggi che hanno segnato la storia della sinistra italiana e di quello che è stato il suo più grande partito: il Pci. Ha questa impronta il ricordo di Achille Occhetto di Rossana Rossanda, dai giorni della Casa della cultura di Milano, alla dolorosa rottura con la radiazione del gruppo de il manifesto dal Partito comunista italiano, alla criticità di Rossanda nei confronti della svolta della Bolognina. A Il Riformista l’ultimo segretario del Pci si apre con alcune toccanti rivelazioni. E con uno sguardo rivolto al presente.

Qual è il tuo ricordo di Rossana Rossanda, una “ragazza del secolo scorso” che tanto ha rappresentato nella storia della sinistra italiana?
Con lei ho avuto un rapporto molto importante a Milano, quando Rossana Rossanda dirigeva la Casa della Cultura. Ero un giovane universitario ed ho partecipato a quel laboratorio culturale che lei aveva realizzato, una esperienza di straordinaria importanza in quel momento. La Casa della Cultura era un punto di riferimento di tutti gli spiriti critici del Pci, sia quelli un po’ più a destra o più a sinistra ma tutti anti stalinisti. Grazie a lei, la Casa della Cultura era diventata un cenacolo di opposizione allo stalinismo che a Milano aveva il suo centro nella federazione del Pci. Di quella federazione, la Casa della cultura era un contraltare. La vicinanza con Rossana Rossanda mi è stata molto utile per mettere a fuoco i primi elementi di un pensiero critico che ho poi cercato, a modo mio, di sviluppare nella mia vita, anche se poi abbiamo seguito strade diverse. Ricordo con grande passione quel momento di solidale collaborazione, io un po’ più giovane di lei, in quel momento importante di battaglia politica, a cavallo del ’56, dei fatti di Ungheria, della destalinizzazione.

A proposito di battaglia politica. Come hai vissuto la lacerazione, lo strappo che si ebbe con la radiazione dal Pci del gruppo de il manifesto, di cui Rossana Rossanda, assieme a Lucio Magri e Aldo Natoli, era una delle esponenti di punta?
Come l’ho vissuto? Drammaticamente. Devo dire che per un certo periodo ho fatto la spola tra il gruppo della Rossana e Berlinguer, per arrivare a un accomodamento. Io ero molto vicino ad alcune delle loro istanze. Tra l’altro il gruppo del manifesto, e non so quanto allora se ne rendessero fino in fondo conto, rompeva con il dogma fondamentale di un partito comunista, che era il centralismo democratico.
Sarebbe stata una vera svolta, sarebbe stato un fuoriuscire dalla storia, e quindi Berlinguer, benché fosse, come tutti credo oggi abbiamo capito bene – anche chi non lo aveva capito al tempo – un vero rinnovatore, non poteva cedere in quel momento su quel punto. Con grande dolore, quando ho dovuto scegliere tra Berlinguer, di cui già intuivo le grandi volontà e capacità innovatrici, e il gruppo del Manifesto, ho, pur con grande malincuore, votato con Berlinguer. E continuo a pensare che sia stata la scelta giusta. Lasciami però aggiungere che di Rossanda e del gruppo originario del manifesto ciò che più ho apprezzato nel corso del tempo è la critica del cosiddetto “comunismo reale”. E su questo il contributo di Rossanda è stato prezioso, soprattutto per comprendere l’89. Lo ebbi a dire qualche tempo fa e oggi penso sia giusto ribadirlo: il comunismo è crollato facendo tutto da solo. Dall’altra parte del muro non c’era il comunismo, c’era la Stasi, la prigione, la tortura. Io continuo a offendermi se qualcuno chiama quei paesi socialisti, perché io nel socialismo credo. Ciò in cui non credo è nella polizia, nella tortura, nei partiti autoritari. Su questo mi conforta sapere che con Rossanda eravamo in grande sintonia.

Rossana Rossanda è sempre stata una comunista critica, e tuttavia non ha mai rinunciato a definirsi comunista e per questo lei ebbe un atteggiamento critico verso la svolta della Bolognina della quale tu sei stato l’artefice. Come hai vissuto questa sua criticità?
Io non l’ho mai capita fino in fondo. Così come non ho mai capito fino in fondo quella di Ingrao. Si poteva avere dei dubbi sul modo, però sarebbe stato più opportuno cercare di condizionare da sinistra, con grande amicizia, quel processo. Io sono stato lasciato solo e poi in realtà abbiamo visto che la deriva, anche contro le mie stesse posizioni, è andata a destra. Però non rivangherei molto su questi aspetti. Piuttosto devo farti una confessione: durante il lockdown ho scritto un libro, che uscirà l’8 ottobre per Marsilio, intitolato Una forma di futuro. E mentre scrivevo, dicevo: ma questa cosa che sto scrivendo dovrebbe piacere molto a Rossana Rossanda, per dire il legame che avevo.

Senza memoria non c’è futuro. Ai giovani di oggi, che di Rossana Rossanda e della storia di cui è stata protagonista, sanno poco o niente, cosa credi dovrebbe rimanere dell’esperienza di una “ragazza del secolo scorso”?
Dovrebbe restare quello che ha fatto Rossana Rossanda così come dovrebbe restare gran parte della storia positiva del Partito comunista italiano, che indubbiamente ha rappresentato un elemento fondamentale nello sviluppo della democrazia del nostro paese. Quindi è bene che i giovani sappiano e conoscano queste radici del socialismo italiano in generale. Una sinistra che guarda al futuro senza subalternità al pensiero unico neoliberista, quella sinistra che cerca una “forma di futuro”, deve andare oltre le ideologie del Novecento. Ma andare oltre non significa vergognarsi del passato o addirittura negarlo. Io ricordo con orgoglio le grandi battaglie del Pci nella società italiana. Rivendico la Bolognina ma non ho mai avuto l’improntitudine di dire di non essere mai stato comunista. E se guardo a ciò che è avvenuto in questi decenni, dico, con amarezza ma con convinzione, che uno degli errori più gravi commessi dalla sinistra è quello di governare con le idee degli altri; meglio perdere con le proprie idee. Avere una posizione silente o subalterna nei confronti del liberismo e delle politiche di austerità ha fatto sì che si smarrisse la vocazione sociale della sinistra e con essa il rapporto con il popolo.