Per chi non lo sapesse, l’American Jewish Committee è la più influente e strutturata organizzazione ebraica americana. E non solo. La sua rappresentanza in Israele incide sul dibattito pubblico e mantiene un dialogo costante con le istituzioni dello Stato ebraico. La sua attività in Europa – e in particolare in Italia – è altrettanto intensa. Gli incontri con la politica, con gli stakeholder e con la stampa avvengono quasi sempre a porte chiuse, su invito. Il Riformista ha partecipato all’ultimo lunch briefing organizzato giovedì nelle sale del terzo piano di Palazzo Grazioli, gli stessi ambienti che fino a pochi anni fa ospitavano l’ufficio e la residenza romana di Silvio Berlusconi.

Ospite principale e padrone di casa è stato il rabbino Noam Marans, direttore delle Relazioni interreligiose dell’American Jewish Committee, succeduto a David Rosen. Questa settimana è stata intensa, a Roma ha avuto incontri con la Segreteria di Stato vaticana, con la Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo del Dicastero per l’Unità dei Cristiani, con la Conferenza episcopale italiana e con rappresentanti dell’ebraismo italiano. Il primo messaggio che Marans affida ai presenti riguarda Israele e il diritto all’autodifesa. «Spero che nessuno metta in discussione il dovere di uno Stato sovrano di proteggere i propri cittadini», osserva. La questione, spiega, non è se Israele possa difendersi, bensì come esercitare quel diritto. La guerra, ricorda, non è mai una scienza esatta: comporta decisioni difficili, effetti collaterali, errori e responsabilità morali che nessun esercito può evitare del tutto. Pur precisando di non essere un esperto militare, Marans sottolinea come le Forze di difesa israeliane sottopongano le operazioni a verifiche giuridiche ed etiche rigorose.

Ciò non elimina il rischio di conseguenze tragiche, ma rende, a suo giudizio, improprio liquidare ogni intervento come automaticamente «sproporzionato». «Quando qualcuno dichiara di voler eliminarti, dobbiamo prendere sul serio quelle parole», afferma. Israele viene spesso condannata dall’Onu, sì. Ma Marans si dice scettico sulla credibilità del Consiglio ONU per i Diritti Umani quando tra i suoi membri siedono Paesi accusati essi stessi di gravi violazioni dei diritti fondamentali. Un’obiezione che riflette una posizione consolidata dell’American Jewish Committee. Marans rivendica anche iniziative concrete dell’AJC in favore delle popolazioni colpite dalla guerra. Ricorda, ad esempio, l’impegno per far arrivare aiuti umanitari alla parrocchia cattolica di Gaza danneggiata da un bombardamento israeliano. Un gesto simbolico, riconosce, ma che voleva trasmettere un messaggio preciso: ogni vita innocente ha lo stesso valore.

Il secondo grande tema dell’incontro riguarda l’antisemitismo. Secondo l’AJC il fenomeno sta raggiungendo livelli allarmanti in molti Paesi occidentali e richiede un salto di qualità anche da parte della Chiesa cattolica. Marans riconosce i progressi compiuti dai pontefici dopo il Concilio Vaticano II e definisce eccellenti i rapporti con i vertici ecclesiastici. Il problema, sostiene, riguarda soprattutto la base.
Per questo propone un rafforzamento della formazione nei seminari, l’inserimento stabile dello studio della Nostra Aetate, maggiori occasioni di incontro diretto tra sacerdoti e comunità ebraiche e una condanna pubblica di ogni manifestazione di antisemitismo proveniente da esponenti cattolici. «Conoscere personalmente gli ebrei riduce i pregiudizi», osserva, richiamando diversi studi condotti negli ultimi anni.
Il giudizio sul nuovo pontefice è invece nettamente positivo. L’elezione di Leone XIV, racconta Marans, è stata accolta nell’AJC con fiducia ancora prima di conoscerne le posizioni. La sua formazione statunitense e i rapporti consolidati con cardinali da anni impegnati nel dialogo ebraico-cattolico vengono considerati elementi incoraggianti. «Un Papa americano promette bene per le relazioni tra cattolici ed ebrei», sintetizza.

Più articolato, invece, il capitolo dedicato al patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa. Marans evita polemiche personali e ribadisce che il rapporto istituzionale tra Israele e le Chiese cristiane resta improntato alla collaborazione. Ammette però che, durante la guerra, non sono mancati momenti di tensione e incomprensioni, soprattutto quando esigenze di sicurezza hanno limitato celebrazioni o spostamenti nei Luoghi Santi. Nella discussione emerge anche il caso della visita di Pizzaballa nella Città Vecchia di Gerusalemme nonostante le raccomandazioni delle autorità israeliane. Un episodio sul quale alcuni partecipanti all’incontro esprimono critiche, mentre Marans, diplomaticamente, sottolinea la complessità del contesto e la necessità di evitare letture semplicistiche.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.