Altro bel colpo per la difesa di Silvio Berlusconi nel processone eterno chiamato “Ruby” (Uno Due e Tre), che si sta sgretolando pezzo a pezzo. Tutte le deposizioni dei processi Uno e Due non sono ammissibili al Tre. Lo ha deciso il tribunale di Milano presieduto da Marco Tremolada. Che è quello della causa Eni, ma anche colui che aveva proposto la perizia psichiatrica per il principale processo di cui si sta occupando ora.

Il paradosso è che, mentre il castello delle accuse si sta sbriciolando, cresce in contemporanea la febbre di qualche povera ragazza, coimputata di Berlusconi e accusata di essersi fatta corrompere, che, forse ancora speranzosa di ricavare qualcosa, minaccia di “raccontare la verità” sulle cene e i dopocena cui era stata invitata dal presidente del Consiglio di allora. Come se niente fosse, come se fossero ancora i tempi in cui bastava a una bella ragazza schioccare le dita per suscitare la generosità eccessiva di un signore molto ricco. Con la giustizia bisogna avere pazienza, si sa, e Berlusconi è costretto ad averne tanta, dopo una sessantina di assoluzioni.

L’ultima è quella che ha chiuso, una decina di giorni fa, il filone “Ruby ter” di Siena. Lì era di scena come corrotto il pianista che aveva partecipato a tante cene, Danilo Mariani, sospettato di aver preso dal suo ospite molti più soldi del dovuto perché andasse a mentire al processo in cui il leader di Forza Italia era accusato di prostituzione minorile. Non era così, ha stabilito il tribunale. Il fatto non sussiste. Una picconata alla tesi che sta alla base di tutti questi processi, e cioè che chiunque, fosse stato un musicista intrattenitore o altri invitati che avessero ricevuto regali o denaro dall’anfitrione, fossero un corrotto. Tutta gente che non diceva “la verità”. E’ l’ossessione di chi, dalle parti della Procura di Milano, non voleva rassegnarsi al fatto che Berlusconi fosse stato assolto dal reato di prostituzione minorile.

Dell’altra imputazione con cui l’avevano portato a processo, quella di concussione nei confronti di un dirigente della questura, è sempre parso non importare niente a nessuno degli accusatori. Non solo perché il presunto concusso aveva detto chiaramente di non essersi mai sentito tale. Ma soprattutto perché quel tipo di imputazione non consentiva lo stigma “morale”. Del resto, basta leggere il libro di Ilda Boccassini nelle pagine dedicate al processo Ruby, quello che lei ha perso nelle sentenze definitive di appello e cassazione, per cogliere quel sentimento negativo, quel giudizio moralistico sulla persona, che dovrebbero non entrare mai nelle aule di giustizia, nella laicità del processo, nel distacco freddo che dovrebbe avere chi indossa la toga nei confronti della persona indagata o imputata.

Il pezzettino del castello che è andato giù ieri nell’aula del tribunale di Milano è una piccola valanga. L’aspetto tecnico è impeccabile: nel processo principale, e anche nel secondo, sono state sentite come testimoni persone che avrebbero dovuto essere interrogate come indagate, quindi con tutte le tutele previste dal codice perché non si autoaccusassero. Ergo, con una fedele interpretazione del codice di procedura del 1989, i fascicoli escono dall’aula. Le deposizioni che arriveranno nelle prossime udienze saranno “fresche”. E’ a questo punto che serpeggiano nei corridoi del palazzo di giustizia di Milano i sussurri e le grida di un paio di giovani donne. Le immagini che ci rimanda la Rai regionale del Tg3 Lombardia (non essendo più Berlusconi considerato un pericolo per la democrazia, niente notizie in nazionale) mostrano queste ragazze tutte uguali, tutte eleganti e belle e stereotipate. Due di loro fanno sapere che parleranno, che si sottoporranno all’interrogatorio del pm e ai controinterrogatori delle parti. Rischiano sei anni di condanna, giusto che sentano il bisogno di chiarire la loro posizione.

Non siamo prostitute, diranno come prima cosa, si suppone. Anche perché è così. Diranno anche di non esser state corrotte, ancora si suppone. Dovranno difendersi, e indirettamente scagioneranno anche Berlusconi e gli altri 25 imputati. Quindi dove sta la minaccia della loro “verità”? Se anche non sanno il latino avranno sentito dire che nei processi di corruzione le posizioni tra chi è sospettato di aver dato e chi avrebbe preso sono spesso inscindibili, simul stabunt simul cadent, appunto. Vedremo presto. Barbara Guerra e Alessandra Sorcinelli saranno sentite il 24 novembre, precedute il 17 da Marystell Polanco, un’altra delle “olgettine” che aveva raccontato degli spettacolini di burlesque con cui lei e altre ragazze avevano intrattenuto, dopo cena, Berlusconi e gli altri ospiti. Fornirà solo dichiarazioni spontanee, senza sottoporsi all’interrogatorio. Il principale imputato che comportamento processuale terrà? Potrebbe pure lui fare dichiarazioni, dice fuori dall’aula il suo legale, l’avvocato Federico Cecconi.

Politica e giornalista italiana è stata deputato della Repubblica Italiana nella XI, XII e XIII legislatura.