La consigliera della Corte d’appello di Milano
Anna Ferrari: “Al Csm si discute di nomine e incarichi, mai di giurisdizione”
Il referendum sulla giustizia è ormai alle spalle e si avvicinano le elezioni per il rinnovo della componente togata del Consiglio superiore della magistratura. Facciamo il punto con Anna Ferrari, consigliera della Corte d’appello di Milano, che aveva scelto di esporsi pubblicamente per il Sì, in contrasto con la posizione ufficiale dell’Anm.
Dottoressa Ferrari, durante la campagna referendaria lei aveva detto che molti colleghi favorevoli al Sì preferivano non esporsi. Ora che il referendum è finito, cosa succederà?
«Questa è una domanda interessante. Chi si è esposto lo ha fatto assumendosi una responsabilità. Bisognerà vedere se continuerà a sentirsi libero di esprimere le proprie opinioni anche sui prossimi temi che riguarderanno la magistratura».
Lei aveva collegato la prudenza dei colleghi più giovani anche al timore per la carriera. Lo pensa ancora?
«Era una mia sensazione personale e non ho elementi per dire che ci siano state o ci saranno conseguenze. Però credo che un magistrato debba poter avere un’opinione diversa da quella prevalente nella propria categoria senza sentirsi condizionato».
Lei si era esposta anche perché, come disse, aveva superato l’ultima valutazione di professionalità e non aveva nulla da chiedere.
«Sicuramente questo mi ha messo in una condizione di maggiore serenità avendo raggiunto il vertice della carriera. Ma la libertà di esprimere un’opinione non dovrebbe dipendere dall’anzianità di servizio».
Adesso si vota per il rinnovo del Csm. Che cosa non le piace della campagna elettorale?
«Mi sembra che si discuta, ancora una volta, solo di come devono essere fatte le nomine e gli incarichi. Sono questioni importanti, ma si parla troppo poco della giurisdizione».
Che cosa intende?
«Bisognerebbe ricordare che la prima funzione del magistrato è giudicare e non quella di fare il manager. Vorrei poi sentire di come se ne garantisce effettivamente l’indipendenza».
Lei è giudice della Corte d’appello di Milano. Quanto conta la dimensione collegiale?
«Conta moltissimo. E nel collegio, ricordiamolo, tutti i giudici sono uguali. Il voto del presidente della corte d’appello non è diverso da quello degli altri due colleghi».
Un giudice deve sentirsi libero di dissentire dal presidente?
«Assolutamente sì. La decisione collegiale nasce dal confronto tra opinioni. Se un componente si adegua solo perché uno è presidente viene meno una parte importante della collegialità».
È un tema che dovrebbe entrare nella campagna per il Csm?
«Certamente. Quando parliamo di indipendenza non dobbiamo pensare soltanto ai rapporti tra magistratura e politica. Dobbiamo guardare anche a ciò che accade concretamente nelle aule di giustizia. Il Csm dovrebbe garantire non solo l’indipendenza esterna del giudice ma anche e soprattutto quella interna».
Torniamo all’Anm. Lei aveva chiesto di dimettersi dopo la decisione dell’Associazione di schierarsi per il No. Perché?
«Perché non mi riconoscevo in quella scelta così netta su una questione sulla quale nella magistratura esistevano comunque opinioni diverse. Un’associazione è libera di assumere le posizioni che ritiene, ma deve essere chiaro che quella posizione non coincide necessariamente con quella di tutti i magistrati».
Durante la campagna aveva anche raccontato di non riuscire a trovare le modalità per cancellarsi dall’Anm. È riuscita a farlo?
«Sì».
Quindi oggi non è più iscritta all’Anm?
«No. Sono riuscita a uscire».
Potrebbe nascere una associazione di magistrati alternativa all’Anm, ad esempio composta da coloro che non ne condividono più gli indirizzi?
«E perché no?».
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