Non vorremmo che la definitiva approvazione della riforma Cartabia del processo penale creasse soverchie illusioni. Abbiamo detto in ogni modo che, pur con i suoi macroscopici limiti, figli di una mediazione quasi impossibile tra forze di maggioranza agli antipodi proprio sulle questioni cruciali che ha affrontato, quella riforma ha comunque segnato una svolta rispetto al periodo più buio della legislazione penale nella storia della Repubblica. Occorreva scrivere la parola fine allo spettacolo desolante dei meet-up manettari padroni del campo, alla sistematica eversione, scomposta ed irridente, dei fondamenti costituzionali della legge penale e del giusto processo, cupa ed ossessiva colonna sonora di questo ultimo triennio. Quella parola “fine” è stata scritta, a Parlamento invariato, e non possiamo ignorare il valore positivo di quanto accaduto.

Ciò detto, non illudiamoci: la partita è tutt’altro che conclusa. Questa è una legge delega, quelle approvate (con l’ennesimo voto di fiducia) non sono testi normativi compiuti, ma deleghe al Governo. I singoli articoli dovranno tradurre in norme gli indirizzi in teoria vincolanti definiti nelle deleghe. Dico in teoria perché, come tutti sappiamo, in un testo di legge basta un avverbio, una virgola, una aggettivazione per definire in un senso o nell’altro il comando normativo. Chi controlla la rispondenza della norma alla delega? I poteri del Parlamento sono purtroppo molto labili, anche se andranno attivati con il massimo sforzo; sarà semmai la Corte Costituzionale, “a babbo morto”, ove investita da un Giudice chiamato ad applicare la norma, a valutare il c.d. “eccesso di delega”.

Ora, la domanda cruciale che dovete porvi è molto semplice: chi si appresta a scrivere quelle norme? Risposta: l’ufficio legislativo del Ministero di Giustizia. Allora voi chiederete certamente: chi compone, chi governa, chi amministra questo cruciale ufficio ministeriale? Risposta: magistrati, magistrati, magistrati. Incidentalmente, qui e là, può capitare che qualche professore universitario, se del caso, dia una mano. Ma cosa ci fanno, vi chiederete giustamente, dei magistrati al Governo? Per quale ragione costoro, avendo vinto un concorso bandito per coprire gli organici della magistratura requirente e giudicante, non stanno nelle loro aule ad esercitare la giurisdizione, ma si trovano ad esercitare da protagonisti, in un ruolo così cruciale e decisivo, il potere esecutivo? Ecco, con queste semplici domande vi trovate dentro fino al collo in una delle più clamorose ed inspiegabili anomalie della nostra vita democratica. Da sempre vigono leggi nel nostro Paese che prevedono che, ad ogni formazione di un Governo, un piccolo esercito di magistrati venga messo fuori ruolo ed assegnato, formalmente su chiamata dei rispettivi Ministri e Sottosegretari, a comporre, con ruoli e responsabilità di assoluto rilievo, gli organici dei vari Ministeri.

Eclatante il caso del Ministero di Giustizia, dove i magistrati distaccati sono oltre un centinaio. Ovviamente essi occupano tutti i ruoli cruciali, dal Capo di gabinetto del Ministro al capo e al vicecapo dell’ufficio Legislativo, al capo dell’Ispettorato, al capo dell’Amministrazione Penitenziaria, e via via a comporre tutti gli organici di questi e di tanti altri uffici. Come avvengono questi distacchi? Beh, a seconda dell’orientamento politico del Governo, il sistema correntizio governato dall’Anm fornirà le risposte adeguate, dosandole nel modo più acconcio. Il Ministro è in grado di controllare politicamente tutto ciò? Mettiamola così: non è un compito facile. E di certo, comunque, non potrà mai esercitare il giusto controllo sugli aggettivi, le virgole e la struttura lessicale dei decreti attuativi di una legge delega.

Ora fatevi quest’altra domanda: anche negli altri Paesi funziona così? Risposta: nossignori, manco per idea, siamo gli unici in tutto il mondo. Scommetto che, già solo dopo queste poche, banali domande e risposte, stiate cominciando a comprendere come mai in Italia la magistratura eserciti un potere così anomalo, così incontrollabilmente squilibrato rispetto agli altri poteri dello Stato. Beh siete sulla strada giusta. E comprenderete bene anche per quale ragione di questo tema non si riesce nemmeno ad iniziare a discutere. Nemmeno inizia un dibattito. Si lascia cadere. “È previsto dalla legge”, dice distrattamente il segretario generale di Anm in una intervista di questi giorni. Beh, nessuno pensava si trattasse di un traffico clandestino di fuori ruolo.

E la politica, il Parlamento? Nemmeno si azzardano, roba radioattiva, tenersi alla larga. E invece questa, proprio questa, è una delle più clamorose anomalie, una autentica emergenza democratica del nostro Paese. Il Congresso dei penalisti italiani ne sta parlando in questi giorni e discuterà di come lanciare una grande campagna politica nel Paese su questo tema, e su altri ad esso connessi. Cioè la sola, vera riforma dell’ordinamento Giudiziario necessaria, non la caricatura che ne è in preparazione. Seguiteci con un po’ di attenzione. Scommettiamo che, nei prossimi mesi, almeno il dibattito riusciremo a farlo iniziare?

Presidente Unione CamerePenali Italiane