Un popolo muore quando sistematicamente vengano uccisi i suoi elementi essenziali: uomini, piante, animali, valori culturali, sociali. Cinque persone defunte, migliaia e migliaia di piante, animali, atterrati. Un immenso patrimonio culturale. L’Aspromonte, madre e depositaria della memoria dell’ultima presenza dello Spirito d’Oriente: un’enclave in terra d’Occidente. Il fuoco avvolge un universo magico, il fumo mozza il fiato al gelsomino e all’oleandro. E tutto sparisce fra le fiamme.

L’Aspromonte brucia da 20 giorni. Aerei che come mosche ronzano di giorno. Di notte vanno a dormire. Il rogo finge la resa e con le tenebre riprende l’annientamento. Un gioco a rimpiattino. Perde lo Stato. Perde la Calabria. perde l’Umanità. Le querce più vecchie d’Europa. I faggi secolari. I pini larici antichi. Fauna e flora primordiale. L’Aspromonte ha iniziato a morire quando il suo popolo è stato cacciato dalla montagna, quando dal Cinquanta in poi i suoi paesi sono stati smontati come puzzle per essere ricomposti negli acquitrini a ridosso del mare. Gran parte del male calabrese nasce da lì, anche da lì le dinamiche criminali prendono linfa. Da questo disastro lo Stato, ogni Istituzione, ne escono sconfitti. Finite le cavallerie della Legge, le grandi imprese della repressione. Ancora una volta, le forze della salvezza non sanno imporsi, non sanno come fare. Assistono. Vinceranno a montagna pressoché morta. Che non si chiama vittoria.

E, dal 29 luglio, sono passate solo 2 settimane, le calabresi, i calabresi, stavano a camicette e camicie sbottonate, il petto gonfio a godere del trionfo: le Faggete Vetuste della Valle Infernale dell’Aspromonte inserite nelle liste per il riconoscimento Unesco del patrimonio dell’umanità. Ora, di notte, fra i faggi antichi e il mostro fiammeggiante, che divora l’Aspromonte, c’è un’esile barriera umana, che resiste di giorno e riposa di notte. Le albe arrivano per sapere se il pericolo scamperà o ci sarà l’affondo mortale. Una sorta di lutto: i parenti in attesa che il chirurgo esca. Sorriso o smorfia. L’ansia che affetta l’aria. Il sole sorge: l’esito è incerto. La lotta continua. Riprende. Il presidente Draghi ha firmato il Dpcm che mobilita la protezione civile, la battaglia si fa nazionale. Arriva l’Esercito.

Con la luce si muovono gli aerei antincendio: vanno su e giù dall’Aspromonte, che qualcuno qui chiama ancora Mana Gi, la grande custode sacra, arrivano a chiedere l’acqua allo Jonio, per qualcuno, ancora, femmina, sorella della montagna. Madri, entrambi, di un popolo antico, che scompare. C’è una voglia di lacrime per anime verdi, secolari, capaci di racconti meravigliosi. Anime pure dentro una valle d’inferno a tiro di voce dalle Rocce dell’Agonia, a portata d’eco dalle Rocce degli Smaleditti, che guardano alla salvezza di Croce di Dio. Forse è da qui che Khore si affranca da Ade, che Persefone fugge dall’inferno. Dalla partecipazione o dalla lontananza, a questo duello, del popolo calabrese, si potrebbe capire quanta speranza si possa nutrire o quante balle si raccontano gli abitanti, su loro stessi.

È calabrese la mano che ha dato fuoco ai boschi. Il rogo ha dissipato già cinque vite umane che provavano a salvare esistenze di ulivi secolari, di capre selezionate con cura. La loro sussistenza. È calabrese l’indifferenza dei più. Il lutto per la madre afflitta lo vestono in pochi. I molti ormai danno le spalle alla montagna: pure che non ci sarebbe nulla da festeggiare, se ne stanno col mojito in mano, che forse è il modo migliore per non soffrire. Non amare più. Mentre i faggi vetusti della Valle Infernale non mollano. I pini del bosco di Acatti giacciono a terra trafitti dalla lama di un nemico interno, il traditore peggiore.

E i calabresi non capiscono più per chi o cosa si lotti, confusi dal fumo. La sera scende senza ristoro. Gli aerei di Draghi vanno a letto. E un popolo, un universo archetipo, camminano sull’imbocco dell’abisso. Incerti se sia meglio lasciarsi andare o continuare la lotta.

E' uno scrittore italiano, autore di Anime nere libro da cui è stato tratto l'omonimo film.