«Spero che sia un bianco cristiano.» La frase sarebbe stata pronunciata durante la commemorazione delle vittime dell’attentato al Pride di Berlino: un morto e ventinove feriti, travolti sabato 25 luglio da un furgone lanciato sulla folla del Christopher Street Day. L’attentatore, ventunenne tedesco di origini libanesi, era noto alle autorità per radicalizzazione islamista e aveva tentato di unirsi all’ISIS. I fatti erano chiari. Eppure c’è chi ha sperato — sperato — che l’assassino appartenesse al campo avverso, perché la strage tornasse utile alla propria visione del mondo. Non un lapsus: una fotografia del tempo che viviamo.

Il fenomeno ha un nome: bias di conferma. Lo descriveva già Bacone nel Novum Organum: l’intelletto umano, abbracciata un’opinione, piega ogni cosa a sostenerla e respinge ciò che la contraddice. Ma occorre una distinzione. C’è un uso virtuoso del confronto tra idea e realtà, e si chiama metodo: lo studioso formula un’ipotesi e la verifica sui dati, il giurista sui documenti e sulla giurisprudenza; se regge ai riscontri diventa tesi, se non regge si abbandona senza rimpianti. Popper insegnava che un’affermazione è seria nella misura in cui accetta di poter essere smentita. Chi cerca solo conferme non ragiona: tifa. E il tifo, da noi, inquina da tempo il dibattito politico-giudiziario. L’esempio più serio riguarda via D’Amelio: accertato il depistaggio, ciascuno porta acqua al proprio mulino — chi rilancia la pista nera, chi mafia-appalti, chi la pista principale della vendetta di Cosa Nostra per impedire a Borsellino di diventare procuratore nazionale antimafia.

Ma le piste non si pesano con la bilancia delle simpatie: si pesano, come in gran parte è già avvenuto nelle sedi giudiziarie, sulla loro attendibilità probatoria, sui riscontri documentali e logici, con onestà intellettuale e al di là di ogni casacca. Il resto è la Storia della colonna infame: giudici certi in partenza della colpevolezza degli untori, che piegarono gli indizi a una conclusione già scritta. Vale anche a parti invertite, quando il tifo gioca per l’imputato: la simpatia per il gioielliere Roggero non trasforma in legittima difesa ciò che legittima difesa non è, come la Cassazione ha definitivamente confermato. Il diritto ha una componente ermeneutica, ma non può essere forzato a dire ciò che non dice: la sua forza è la prevedibilità, regole conosciute prima e uguali per tutti, che nessuna passione — ostile o benevola — può piegare. Einaudi raccomandava di conoscere per deliberare. Prima i fatti, poi le idee; le persone fuori dal bersaglio. Perché chi spera che il colpevole abbia la faccia del proprio nemico non cerca giustizia: cerca soltanto uno specchio.

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