La città del dopo-lockdown stenta a prendere corpo. E di questo passo il tema di una riforma della scenografia e della sostanza urbana, resa necessaria dall’emergenza-Covid, potrebbe presto sparire dalle agende. Sembrava che dovessimo approfittare del momento, e anche delle risorse che stanno per rendersi disponibili, per ripensare l’urbanistica, per riscoprire l’architettura, per rifare gli interni, per avviare nuove politiche per la casa e per i servizi. Macché. Al massimo si discute del calendario delle iniziative estive, e in particolare di quelle da organizzare in fretta con i fondi europei inutilizzati. Il rischio è che si allenti la tensione a uscire dalla dimensione dell’effimero per accedere a una prospettiva più lunga; che Napoli perda quella che i neurologi chiamano la “propriocezione”, la consapevolezza del proprio corpo. Qualche esempio. Cosa ne è stato dell’idea di dirottare parte della movida nel Centro Direzionale?

Resta una buona idea per decongestionare il ventre di Napoli e rivitalizzare, anche dopo il tramonto, l’area dei grattacieli, praticamente i suoi arti superiori. Ma non se ne parla più. E dell’ipotesi di acquisire al corpo storico della città il molo borbonico? Niente, cancellata anche questa. Mirella Barracco ha proposto di utilizzare i teatri anche per la didattica, per dare il tempo alle scuole di rimettersi in sesto. Sarà ascoltata? Cesare de Seta di recente è tornato a proporre il trasferimento in un sito più adeguato della biblioteca nazionale, ormai limitata negli spazi e impossibilitata a contenere lo sviluppo di una dotazione che già oggi è di oltre due milioni di volumi. È da venti anni che propone come alternativa a Palazzo Reale la cittadella dell’Albergo dei poveri, dal 1980 acquisita al patrimonio comunale: a condizione, però, di completarne una volta e per tutte il restauro. Nessuno ha battuto un colpo.

Eppure, oltre a valorizzare un bene architettonico unico in Europa, la proposta di de Seta permetterebbe anche di riprendere in considerazione un’altra ugualmente suggestiva: quella avanzata ormai un anno fa dal maestro Muti, e colpevolmente ignorata sia dal Comune che dalla Regione. L’idea, cioè, di creare anche a Napoli un grande hub culturale sul modello del Lincoln Center di New York. Quale migliore sede dell’attuale biblioteca nazionale, a due passi dal teatro San Carlo e già in quel Palazzo Reale che Franceschini progetta di trasformare in un nuovo polo museale? Prima, i turisti venivano spontaneamente a Napoli, ora bisogna andare a cercarli: per questo un hub capace di coordinare e promuove la programmazione di tutte le eccellenze culturali cittadine sarebbe proprio quello che ci vuole. Qualcuno sta pensando a tutto questo? Il problema, come è evidente, non è dato da una città senza idee.

Piuttosto, da un vertice di governo che non partecipa alla discussione, che non mostra alcun interesse per ciò che la città propone, e tanto meno si preoccupa di istruire le pratiche. E dire che dalla città vengono anche input interessanti sul quadro teorico generale in cui inserire una nuova strategia amministrativa, come il seminario su neoliberismo e diritto pubblico, promosso ieri dal Suor Orsola Benincasa: in sostanza, una riflessione quanto mai attuale, nella città del liberismo crociano, sul ruolo dello Stato e dell’iniziativa privata al tempo della post-pandemia. Ma forse non basta più proporre. Bisogna stanare i nonsipuotisti di oggi. Non molto diversi da quelli che aveva sullo stomaco Antonio Genovesi.