Nella sonnecchiante assise degli Stati generali dell’economia è suonata la sveglia. Carlo Bonomi ha messo in campo una Confindustria “di lotta e di governo’’, raccogliendo le bandiere del mondo dell’impresa che i suoi predecessori avevano lasciato cadere nel fango dell’irrilevanza. Del resto il neo presidente di viale dell’Astronomia non era mai stato reticente nel giudicare gli esecutivi double face di Giuseppi.

Nell’ultima relazione svolta, nell’ottobre del 2019, alla guida dell’Assolombarda, Bonomi aveva inchiodato alla sedia il premier già in versione giallo-rossa con queste parole: «Mi rivolgo a lei, Signor Presidente del Consiglio, esprimendo l’opinione che ho raccolto in tutta la nostra associazione, in queste ultime settimane. Sappia, che noi apprezziamo vivamente l’impegno che ha assunto nel suo discorso parlamentare per la fiducia. L’impegno a un nuovo tono. Di profondo rispetto istituzionale. Di grande cura nell’evitare polemiche divisive. Di deliberata costruttività nei confronti dell’Europa e del rispetto delle sue regole. Di ascolto vero con le parti sociali: impresa, sindacati e società civile. È quanto avevamo chiesto invano, nel corso del 2018 e 2019. Però, Signor Presidente, – ha ribadito Bonomi – vogliamo essere con lei del tutto chiari. Noi apprezziamo i nuovi propositi. Ma non dimentichiamo quello che abbiamo visto e sentito nei 14 mesi precedenti. Non possiamo dimenticare che quel governo ci ha promesso di cancellare la povertà, invece ci ha restituito alla stagnazione».

Conte si sentiva ancora poco solido per poter reagire con l’arroganza che ha dimostrato in seguito, fino ad attribuire ad una “ansia da prestazione” le recenti critiche di Bonomi. Non essendo in streaming l’incontro, seguiamo dalle agenzie le dichiarazioni effettuate successivamente durante la conferenza stampa, il cui tono ha una caratteristica, fino ad allora riscontrata solo nell’intervento in quella sede, del Governatore Visco: quella di andare oltre la congiuntura ed anticipare le linee guida della fase tre.

«Mi sarei aspettato che nelle convocazioni a Villa Pamphili il governo presentasse un piano ben dettagliato, un crono-programma con gli effetti attesi, una tempistica, gli effetti sul Pil. Io tutto questo non l’ho visto, sarei curioso di leggerlo, vorrei ascoltare tutto ciò». Così “parlò” Carlo Bonomi, ridimensionando con poche battute il ballo in maschera organizzato dal presidente del Consiglio nel “chiuso’” di una prestigiosa Villa di rappresentanza. Del resto Bonomi aveva suonato la stessa musica già in vista dell’incontro: «Come Confindustria noi siamo sempre positivi e propositivi e quindi andremo a Villa Pamphilj dicendo quello che pensiamo e soprattutto presentando il nostro piano ben preciso».

«Noi ci crediamo, noi non molliamo e ci impegneremo affinché questo paese possa esprimere quelle potenzialità che gli hanno permesso di essere un grande paese trasformatore, di essere il secondo esportatore dopo la Germania e di poter mettere in campo quel modello, come la Germania, di rapporto tra istituzioni e parti sociali che ha consentito di mettere in campo 15 pagine (di piano di rilancio, ndr) e un bazooka di 120 miliardi per rilanciare l’economia», ha aggiunto. Infine, ha concluso con un monito: «Noi veniamo da errori di lunga data. Abbiamo problemi di demografia, è un paese che viene fuori da 25 anni di bassa produttività su questo non siamo mai intervenuti e soprattutto ormai c’è una propensione del pubblico ad entrare come gestore dell’economia cosa che basta vedere Alitalia e Ilva per capire i danni che ha prodotto».

Se non ci è sfuggito qualche passaggio importante, Bonomi è sicuramente il più deciso nel contrastare il “fascino discreto” di un massiccio ritorno in campo dello Stato nell’economia (qualcuno ha persino proposto di infilare un “commissario politico” nei cda delle imprese che ottengono un finanziamento ovviamente titolare almeno nei fatti di un diritto di veto). Ma il pensiero compiuto del presidente di Confindustria lo si può leggere nella prefazione a Italia 2030. Proposte per lo sviluppo, dove Bonomi mette in fila tutti gli errori fatti dal governo. Partendo dalle misure prese nel decreto Rilancio proprio per dare ossigeno alle aziende.

«Hanno il grande demerito di essere state decise senza prestare alcun orecchio alle esigenze delle imprese. Non è una grande idea chiedere alle imprese d’indebitarsi mentre devono continuare a pagare le imposte e mentre lo Stato non rende immediatamente disponibili in liquidità pronta cassa gli oltre 50 miliardi di euro di debiti commerciali che deve ai suoi fornitori», scrive il capo degli industriali. Per affrontare le conseguenze della pandemia da Covid-19 che ha inferto “colpi durissimi” a “lavoro, reddito e imprese dell’Italia in questo 2020” servirebbero interventi e riforme in una “solida cornice d’impegni decennali”. Invece chi è alla guida del paese sembra più orientato a mettere in campo soluzioni di breve periodo, attraverso bonus a tempo. Una pia illusione che possano funzionare.

«Un’illusione molto onerosa, considerando le risorse di finanza pubblica disposta a tali fini, senza mai conseguire gli effetti annunciati d’innalzamento del Pil potenziale. E anche tale da continuare ad accrescere l’ingentissimo debito pubblico italiano». Poi viene l’indicazione di quanto bisognerebbe fare da qui a fine anno e non sembra – secondo Bonomi – che per ora l’esecutivo abbia l’intenzione di farlo per il verso giusto. «È mancata finora una qualunque visione sulla Fase 3, da far seguire a chiusure e riaperture. La fase cioè in cui definire sostegni immediati alla ripresa di investimenti per il futuro, riprendendo e potenziando in toto l’impianto d’Industria 4.0» e «affiancandovi un grande piano Fintech 4.0». Se si vuole cambiare l’andazzo, ha concluso Bonomi, allora bisogna cambiare anche il metodo di lavoro. Bisogna tornare alla concertazione governo-parti sociali come ai tempi del governo Ciampi, affinché le decisioni siano prese solo dopo aver consultato chi quelle decisioni poi deve attuarle.

Poi rapito dalla voglia di fare, sempre nella prefazione, Bonomi lancia l’idea di «una grande alleanza pubblico-privato […] con cui il decisore politico dialoga incessantemente attraverso le rappresentanze del mondo dell’impresa, del lavoro, delle professioni, del terzo settore, della ricerca e della cultura». A questo punto, Bonomi teme, forse, di essere male interpretato e accusato di coltivare un progetto neo-corporativo e mette le mani avanti: «Nessuna volontà di chiedere una “terza camera” ma solo la certezza di essere ascoltati. E questo – lamenta Bonomi – durante la gestazione dei primi due decreti per dare ossigeno all’economia non sempre è avvenuto». In verità, il presidente della Confindustria può parlare solo per ciò che riguarda la sua associazione. I sindacati – in particolare la Cgil – contano. Consideriamo soltanto l’idea di prorogare – come ha chiesto Landini – fino a tutto il 2020 il blocco dei licenziamenti. Rischia di diventare una strada a senso unico, da dove sarà proibitiva l’inversione di marcia.

Non solo bloccare i licenziamenti, ma soprattutto prorogare la cig senza avere a disposizione i dati del “tiraggio” (ovvero dell’utilizzo effettivo delle ore prenotate e autorizzate) richiederebbe uno stanziamento molto elevato che potrebbe essere impiegato solo in parte, distogliendo, così, risorse da altre finalità. Poi con questi due provvedimenti si ingesserebbero le imprese nella solita logica di difendere i posti di lavoro anche se sono ormai diventati finti e di ritardare la riorganizzazione delle aziende in ragione dei nuovi livelli produttivi. Senza tener conto che, durante la crisi, ci sono stati settori che hanno notevolmente aumentato i loro fatturati e che potrebbero assorbire parte degli esuberi da altri comparti in difficoltà.

Poi c’è la questione della eventuale responsabilità penale in caso di infortunio da covid-19. Il Piano Colao si occupa del problema ed indica una soluzione a salvaguardia delle aziende rispettose degli adempimenti sanitari previsti. Inoltre è prevista una deroga alla norma capestro del decreto dignità rispetto ai vincoli delle condizionalità dopo i primi dodici mesi; una norma che se rimanesse invariata impedirebbe, nei fatti, il rinnovo dei contratti a termine. Se la Confindustria è alla ricerca di concretezza, potrebbe appoggiare alcune misure proposte dalla task force coordinata da Colao. Non c’è molto d’altro in campo. Aiuterebbe il governo a prendere qualche decisione diversa da quelle – versione quaeta non movere – sostenute dai sindacati.