La Panzer-Division del generale Carlo Bonomi, appena costituita, muove già senza tregua verso l’occupazione di un territorio che considera presidiato poco e male. Non si era spenta l’eco delle sue prime uscite, che il presidente di Confindustria è tornato a calcare la scena con la prosecuzione dell’offensiva avviata. Lo ha fatto con un’ampia intervista su Repubblica, che ha inanellato, e tra loro connessi, i temi della gravità della crisi, della denuncia della totale inadeguatezza della politica, della critica ai provvedimenti del governo e delle attese del sistema delle imprese, per le quali viene rivendicata la condizione di assoluta necessità e di interesse generale. In altri tempi, si sarebbe parlato di un “manifesto”, ma a guardare bene, è proprio questo ciò che il nuovo presidente della Confindustria si propone di costruire in progress, ma conferendogli subito un carattere di urgenza. Ad ogni passo si rivela sempre più evidente l’obiettivo di costruire, su questo duro profilo neoconservatore, un soggetto politico a tutto tondo.

Non un partito, più di un partito. La piattaforma che viene proposta è molto ambiziosa, tanto che per essere realizzata, deve pensare a una vittoria sociopolitica da conquistarsi sul campo, esorcizzando il rischio di una qualche rivolta, sconfiggendo le prevedibili resistenze nel mondo del lavoro e imponendo le regole di un nuovo stato di necessità, questa volta economico, invocato per evitare una recessione devastante. Ma intanto, incoraggiato dalla mancanza fino ad ora di una opposizione aperta e radicale alla tesi, prosegue nell’opera di farsi protagonista principe nel dibattito politico e si muove disinvoltamente sul terreno della tattica, dividendo, separando, colpendo gli uni e cercando di annettersi gli altri, tra i protagonisti della scena pubblica. Il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, cita Sir John Maynard Keynes, per la sua attitudine a coniugare il mercato con lo “spirito di giustizia sociale” e di “riduzione della diseguaglianza”, al fine di fronteggiare la crisi. Bonomi ignora l’orizzonte individuato da Visco e, poggiandosi su un’articolazione del suo discorso moderato e prudente, ne sequestra la proposta di un “contratto sociale”. Si sa che è antico vizio italiano, quello di essere sempre tutti d’accordo con il governatore, così da esaltarne la presunzione di neutralità e la possibilità di ripararsi sotto il suo ombrello in cerca di legittimazione a governare o a candidarsi a governare.

Così ha fatto subito il Presidente del Consiglio. Ma fare proprio il programma del governatore non lo può, questa volta, salvare dall’attacco della nuova Confindustria, la quale non è per nulla interessata alla stabilità del governo. Bonomi prende nelle sue mani la proposta del contratto sociale, la separa dall’orizzonte keynesiano e la rovescia in un patto leonino, dove a fare la parte del leone c’è, ça va sans dire, l’impresa capitalistica. Il governo pasticcione, un po’ tardo-democristiano e, secondo lui, sprecone di risorse nell’assistenza ai ceti popolari è messo sotto accusa. O cambia o cambia. «Questa politica rischia di fare più danni del Covid», ha detto l’estremista presidente della Confindustria. «È stato ingeneroso», la replica del governo. Un po’ debole, verrebbe da dire. Da lì, certo, non viene la resistenza alla proposta confindustriale. Così il nuovo partito confindustriale lo prende d’assalto, è un coro. Perfino un uomo solitamente misurato, come Montezemolo, ha accusato sistematicamente e con una durezza inusuale i componenti del governo di essere degli assoluti incompetenti, che dovrebbero lasciare il campo per il bene del Paese all’arrivo dei competenti.

I competenti, come i virologi oggi, gli economisti ieri, gli onesti ieri l’altro. Non è mai stato un bel vedere. Ma loro sono il padronato! Bisogna però riconoscere loro una certa superiorità rispetto a coloro che ogni giorno si interrogano sulla durata del governo e su con quali formule o alleanze eventualmente sostituirlo in un diluvio politicista, privo di nervo. Nel nuovo soggetto politico c’è l’idea di un processo che deve maturare per scontri e scossoni e del quale solo lui conosce la traiettoria. Un processo, tuttavia, corto, aspro, per guadagnare presto la guida di fatto del Paese. La forma, come l’intendenza, seguirà prima che la situazione precipiti. Infatti, non può sfuggire loro il rischio connesso alla previsione realistica dell’acutizzarsi del conflitto sociale, del possibile innescarsi di rivolte, laddove una realtà sociale drammatica e l’ingiustizia sempre più palese possano coltivare ciò che De Rita chiama “il rancore” e che non è altro che il rifiuto di “ciò che passa il convento”.  Nell’intervista di Bonomi a Repubblica, i lineamenti programmatici del nuovo soggetto politico si dispongono tutti attorno alla centralità dell’impresa, fattasi così assoluta da considerare il consenso del popolo un puro “dividendo elettorale”, che dunque sarebbe bene ignorare del tutto. Altrimenti, come per il reddito di cittadinanza, si finisce col dover considerare i bisogni delle persone, dei ceti meno abbienti, dei poveri, bisogni che sono pericolosamente concorrenti con i trasferimenti di denaro pubblico alle imprese.

Così si chiude una tenaglia sul governo che, da un lato è chiamato a concedere agli industriali il taglio dell’Irap, per esempio; e dall’altro viene attaccato sui trasferimenti alle persone, persino quelli più necessari. Il pubblico peraltro dovrebbe tenersi lontano dalla questione centrale dell’occupazione, perché «il lavoro, i posti di lavoro non si gestiscono e non si creano per decreto», con buona pace di quel grande maestro che è stato Federico Caffè. Anche quando Bonomi, su richiesta dell’intervistatore, fa l’autocritica è, come diceva un grande dirigente del Pci, l’autocritica degli altri, tanto da potersi concludere con la richiesta di un intervento finanziario dello Stato, persino a sostegno delle imprese motrici, di quelle più forti, di quelle trainanti, a cui si dovrebbe, al contrario, chiedere un contributo per il Paese intero nella diffusione della ricerca e dell’innovazione. Quel che viene così richiesto a illustrazione di una tendenza generale è uno dei due pilastri della rivoluzione conservatrice proposta dal nuovo soggetto politico. Ancora per usare la parola di Claudio Napoleoni, esso è costituito dall’abbattimento del vincolo esterno (cioè, del vincolo sociale e ormai si può dire persino del vincolo umano).

L’abbattimento del vincolo esterno dovrebbe servire a liberare l’impresa nella gara per la concorrenza e per la competitività. L’altro pilastro è costituito dall’abbattimento del vincolo interno, quello rappresentato dal lavoro vivo, dalla condizione e dalle rivendicazioni dei lavoratori, dai loro bisogni, desideri, diritti e poteri. La motivazione viene portata sulla base di ciò che viene definita “la transizione radicale che investe il mercato del lavoro”. Si potrebbe dire, la transizione radicale del lavoro. Senonché proprio questi cambiamenti, all’opposto dei desiderati di Bonomi, reclamerebbero di imboccare una strada non solo diversa, ma opposta a quella da lui richiesta. Perché quella reclamata sarebbe un colpo irreparabile alla civiltà del lavoro, una civiltà conquistata da un intero ciclo della storia della lotta di classe e opposta alla necessità storica di scrivere una nuova pagina della liberazione del lavoro, questa volta capace di arricchire la vita di tutte e di tutti, sia nel rapporto tra gli uomini che con la natura. Coronavirus docet.

Il punto debole della proposta confindustriale così si appalesa, sebbene nascosto dalla durezza del modo con cui essa viene avanzata. Il punto debole è costituito dal fatto di fondo che essa porterebbe non all’uscita dalla crisi, bensì a un suo drammatico aggravamento. Per sostenere il compito che si è dato, il presidente della Confindustria rovescia il rapporto tra aumenti salariali e produttività, rapporto che l’esperienza sociale sindacale ha dimostrato nel corso di lunghi anni. Lo fa per ridurre il salario ad inanimata variabile dipendente. Al fine di realizzare questo obiettivo regressivo, egli propone, per usare le sue parole, la riduzione di uno degli ultimi fattori di unificazione e di freno della disuguaglianza, il contratto nazionale di lavoro, a “esile cornice” delle scelte aziendali. Ogni limite alla diseguaglianza andrebbe abbattuto nella società, come nelle politiche pubbliche, nel lavoro come nel fisco, affinché l’impresa possa dispiegare la sua piena affermazione, il suo primato nella e sulla società. Viene in mente il Vittorio Valletta e la sua Fiat negli anni 50. E viene in mente Albert Hirschman: «Che Dio ci restituisca la lotta di classe».