Il taccuino di questa vigilia di elezione presidenziale è un susseguirsi di cancellature. Alle 13 hai una quasi certezza. Che alle 17 diventa meno certa. Alle 19 è quasi azzerata. Il giorno dopo si ricomincia. È sempre così, fanno notare i più anziani/esperti. Ma questa volta lo è molto più delle altre. La trattativa parallela consiste in incontri e colloqui nei vari palazzi sede di qualcosa – privilegiati gli uffici privati rispetto alle sedi di partito – che hanno il loro indirizzo in quel miglio quadrato stretto tra palazzo Madama e palazzo di Montecitorio. I punti fermi – si fa per dire – arrivano invece tramite lanci flash di agenzie di stampa e nelle riunioni dei gruppi parlamentari. Ieri sera Forza Italia ha riunito senatori e deputati che hanno preso atto dell’ultima direttiva arrivata da Arcore: «Non ho ancora deciso, ma sono molto ottimista. Di una cosa potete stare certi: non deluderò chi mi ha dato fiducia».

Queste le parole di Berlusconi ai tanti che ieri lo hanno cercato per avere info più dettagliate circa suoi ipotizzati passi indietro e di lato. Dunque da ieri sera senatori e deputati azzurri sono “pancia a terra” come dice uno di loro «non solo per garantire i 450/460 voti sicuri sulla carta ma per cercarne altri tra coloro che hanno lasciato Forza Italia e in quel bacino di voti che sono i 114 Grandi Elettori del gruppo misto. Cioè senza partito e senza padroni. In cerca di un’assicurazione politica per il loro futuro. Dunque a sera il Cavaliere torna in corsa. E fa saltare nuovamente la griglia dei quirinabili. Che fino alle 19 dava in pole position Mario Draghi, a seguire Pierferdinando Casini e poi Maria Elisabetta Casellati. Nelle ultime 48 ore hanno perso smalto le candidature di Giuliano Amato, che il 28 gennaio diventerà presidente della Corte Costituzionale, e di Franco Frattini, neo eletto presidente del Consiglio di Stato. Resta sempre sullo sfondo la carta Mattarella che, al momento almeno, torna giocabile solo in caso di “implosione del sistema”: fumate nere nelle votazioni fino al 3 febbraio, data di fine mandato dello stesso Mattarella; speculazione dei mercati che fiutano l’Italia come territorio su cui giocare; spread che sale. Un spreco di credibilità e di danaro che non ci possiamo permettere.

È stato Vittorio Sgarbi ieri, poco dopo l’ora di pranzo, a pronunciare le parole che aleggiavano da lunedì e che nessuno nel centrodestra aveva il coraggio di pronunciare: «La sua elezione diventa un’impresa disperata, già domani (cioè oggi, ndr) potrebbe annunciare il suo passo indietro». Sgarbi, da una decina di giorni indicato come il “telefonista” per conto del Cavaliere, lo “Scoiattolo” che mette via le ghiande-voti contattando indecisi e curiosi (“abbiamo già incassato una quindicina di voti nuovi, abbiamo un elenco di un centinaio di Grandi elettori da verificare”), ieri ha segnato il presunto passo indietro. Motivandolo. «Ci sono inquietudini di natura psicologica nel candidato Berlusconi che è rimasto a Milano, non è andato a Strasburgo e non è venuto a Roma. Questa pausa – ha spiegato Sgarbi – credo dipenda dal fatto che sta pensando se c’è una via d’uscita onorevole perché la campagna contro di lui e l’obiettiva incapacità di prendere voti dal fronte avverso rende la sua elezione un’impresa pressocché disperata». Chi attendeva il segnale, è stato accontentato. Del resto, 24 ore prima, era stato Salvini a spezzare l’incantesimo quando lunedì ha annunciato che «tra una settimana (cioè il 24 quando inizieranno le votazioni, ndr) il centrodestra presenterà un nome condiviso per la Presidenza della Repubblica».

Poi il leader della Lega ha parlato con il Cavaliere. E ieri in ben due diverse conferenza stampa tutte sul tema cosa fare per ridurre l’impatto del caro energia che può essere letale per imprese e famiglie, non si è più avventurato in territori impervi limitandosi a dire: «Mi rassicura avere Draghi a palazzo Chigi. Ma non sono certo padrone del suo destino». La casella Berlusconi resta quindi accesa. «Il Presidente ha parlato chiaro, tutti noi da stasera ci mettiamo pancia a terra e lavoriamo per lui. Consapevoli che la verifica si potrà fare solo spogliando le schede» diceva ieri sera un senatore. E se i numeri non saranno sufficienti? «A quel punto se ne prenderà atto e sarà sempre Berlusconi a indicare il nome del candidato presidente per il centrodestra». Cioè a Salvini non gli fa fare neppure il king-maker. Si arriva comunque a giovedì sera, una volta concluso lo spoglio della quarta votazione, la prima con i quorum a 505.
Sbagliato quindi parlare di Piano B, antitetico per definizione con la sfida stessa del Cavaliere. Il tema è quali nomi potrà indicare Berlusconi. Sono tre: il premier Mario Draghi; Maria Elisabetta Casellati, donna di Forza Italia che Berlusconi ha voluto prima donna presidente del Senato; Pierferdinando Casini.

Ieri mattina le quotazioni di Draghi erano molto alte: al 70 per cento era già sulla rampa per il Colle, nonostante le riserve di Salvini, il favore di Giorgia Meloni e i dubbi di Berlusconi che rimprovera al premier una certa freddezza nei rapporti. Draghi capo dello Stato vuol dire aver già risolto l’altra casella collegata: il governo visto che il voto anticipato è l’unica opzione neppure ipotizzabile. L’appello di Salvini per un governo di continuità e stabilità dove devono entrare “i migliori” per non dire i segretari di ogni partito di maggioranza, è stata accolta dal Pd e da Iv. Meno dai 5 Stelle che in fondo, pur in asse col Pd, insistono sempre sul bis di Mattarella. Sarebbe già molto avanti, nelle trattative parallele, la composizione del nuovo governo. Nel corso della giornata Draghi incontra Mattarella, Fico e Cartabia: le sue quotazioni restano alte. La percentuale di un’altra quirinabile, la presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati, sono al 40 per cento. A suo favore, oltre al fatto di essere una donna che già ricopre la seconda carica dello Stato, anche quello di militare da sempre nell’orbita di Forza Italia, di essere stata votata anche dai 5 Stelle e di non avere una vera carriera politica dentro Forza Italia. Nel senso che Casellati non ha mai ambito a scalare il partito.

Ci sono anche altri due motivi che rendono “quirinabile” la Presidente del Senato: a palazzo Madama lascerebbe il posto a un dem con un lungo pedegree come il senatore Luigi Zanda; al Quirinale, con Casellati, potrebbe giocare il ruolo di vero kingmaker Gianni Letta in quando possibile Segretario Generale. «Il vero problema di Casellati – dicevano ieri due diverse fonti di centrodestra – è che mai e poi mai Berlusconi indicherà qualcuno del centrodestra per il Colle. Sarebbe come indicare un successore o delfino». E sappiamo che fine hanno fatto i delfini del Cavaliere.
Intorno al 40% sono anche le quotazioni di Pierferdinando Casini, ex presidente della Camera, ora senatore, per una vita la terza, quarta gamba del centrodestra e poi eletto nel 2018 come indipendente del Pd. Fu una scommessa di Matteo Renzi. E fu un successo. «Il nome di Casini alla fine è l’unico che Berlusconi potrebbe ingoiare», ammette un senatore di Forza Italia.

Il Pd gioca di rimessa. Ha accettato lo schema del candidato di centrodestra ma condiviso e non divisivo. Dunque tocca loro fare il nome. Ma il Pd gioca anche d’azzardo: far consumare nelle urne presidenziali il congresso finale e definitivo del centrodestra. Se Berlusconi salta e non c’è un’alternativa valida, la coalizione implode. Esattamente quello che il centrodestra fece nel 2013 quando illuse il Pd con la candidatura di Prodi. Siamo sicuri che tutto sommato non possa esser anche questo il piano B del Cavaliere-Caimano?

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.