L’8 aprile è una data fondamentale per il popolo romanì. Dopo la fine della seconda guerra mondiale e lo sterminio di rom e sinti da parte dei nazifascisti nacque in Europa un movimento che nel 1971 promosse il primo congresso mondiale, nel quale intellettuali e attivisti rom hanno definito le basi della nostra autodefinizione: non siamo zingari, siamo Rom, cioè uomini, un popolo con una bandiera e un inno. Da quel congresso nacque la Romani Union, riconosciuta nel 1979 dall’Onu. Da allora si celebra la Giornata internazionale del popolo rom, il Romano Dives, il giorno dell’autodeterminazione, orgoglio e unità di un popolo che solo in Europa conta più di 12 milioni di persone.

Da allora molti lavorano, superando le barriere del pregiudizio e dell’odio, nell’idea che la nostra storia e la nostra identità devono essere raccontate da noi stessi, che la nostra identità è nelle nostre mani e soprattutto che la nostra “causa” è la liberazione dall’oppressione secolare attraverso la lotta e la rappresentazione politica. E ora, nel 2023 in Italia e in Europa, guardando le nostre comunità cosa vedo? L’Europa affronta contemporaneamente molteplici crisi – post pandemia, guerra in Ucraina e crisi economica e energetica – che mettono alla prova i valori dell’Unione europea, in particolare quelli che la differenziano da altri soggetti, come Russia e Cina. Se 12 milioni di rom e sinti rappresentano ancora il peggiore e il più drastico caso di esclusione e di disuguaglianza in Europa, la credibilità dell’Ue è alla prova, sia come sistema democratico che include le proprie diverse voci, sia come sistema economico che dovrebbe investire nella capacità di tutti per poter prosperare.

L’antizigarismo, questa forma specifica di razzismo produce una diffusa discriminazione con conseguenze molto pesanti sull’inclusione sociale e civile di rom e sinti in Europa, determinando una disparità di opportunità, con effetti negativi per tutti, non solo sul piano dei diritti sociali, ma anche sul piano economico. Alcuni esempi concreti. La Banca mondiale dimostra che l’emarginazione sociale dei rom provoca reali perdite economiche: in Bulgaria, la perdita annua di produttività vale 526 milioni di euro e in Romania 887 milioni; le perdite fiscali annue vanno dai 202 milioni in Romania ai 370 in Bulgaria. Il riferimento è a Paesi con un’alta percentuale di popolazione romanì, ma questo effetto ha ricadute, in proporzione, in ogni Stato, compresa l’Italia. Altro esempio. In Europa preoccupa la dinamica demografica e del mercato del lavoro: entro il 2025, la domanda di lavoro supererà l’offerta in Paesi come Repubblica Ceca, Bulgaria, Germania, Ungheria e Slovacchia (Rapporto dell’Istituto di Vienna per gli studi economici internazionali). Entro il 2050 la popolazione in età lavorativa diminuirà di circa il 10% in tutta l’Unione europea (del 30% nell’Europa centrale, dati Eurostat).

In un mondo sovraffollato forse si dovrebbe considerare non così grave la riduzione delle popolazioni dell’Europa bianca guardando alle grandi migrazioni provocate da guerre e miseria e tanto più guardando all’esclusione di 12 milioni di rom e sinti cittadini europei, una popolazione europea in grande crescita demografica, la cui esclusione produce un danno economico nell’immediato e tanto più in prospettiva. Non ci sono dati e statistiche su quanto l’esclusione di rom e sinti in Italia costa dal punto di vista economico allo stato, ma sappiamo invece che il livello di discriminazione nei confronti dei diversi gruppi etnico-linguistici in Italia ci confermano che i Rom sono il gruppo più discriminato ed emarginato del Paese. A causa di questa esclusione e discriminazione, le condizioni di vita delle comunità Rom e Sinti sono drammatiche. La disoccupazione “formale” supera il 50%; circa il 20% vive senza accesso ai servizi primari (acqua, elettricità, rete fognaria); l’aspettativa di vita media in Italia è, come a livello europeo, di 10 anni inferiore alla media nazionale e l’abbandono scolastico nel corso del ciclo primario e secondario di secondo grado supera il 20%. Questa situazione è stata ulteriormente esasperata dalla pandemia.

L’Italia rinuncia con consapevolezza al potenziale economico, lavorativo, intellettuale e culturale delle nostre comunità, investendo malissimo e con spirito sbagliato, sperperando le poche risorse e aumentando l’esclusione sociale con un costo rilevante per le nostre comunità a cui si aggiungono ciclicamente campagne di odio. Esemplare da questo punto di vista è la campagna sulle cosiddette “borseggiatrici rom” che vede impegnate tutte le reti Mediaset da oltre un mese. La sovrapposizione tra la categoria borseggiatrici e la categoria rom costituisce una vera e propria campagna di odio e di criminalizzazione che va ben oltre la denuncia che una decina di ragazze rom borseggiano sui mezzi pubblici di Milano e Roma. Si glorificano azioni della “giustizia fai da te”, si provocano aggressioni fisiche e linciaggi di chiunque viene percepito come rom, perché si propaganda l’idea che rom è uguale a ladro. Inutile dire quanto questo incide sul livello di discriminazione e di odio che secondo l’Swg in Italia arrivava già al 78% della popolazione.

Poi ci sono quelli che ci considerano solo bande di pezzenti che nella migliore delle ipotesi se non delinquono chiedono la carità, in ogni caso molestano i bravi cittadini, e chi invece con l’aria di chi ci tende una mano caritatevole ci dice che siamo senza storia, senza cultura e senza identità ma solo poveri da accudire. In tutti i casi nessuno vuole riconoscerci per quello che siamo. E questo avviene in barba alla Costituzione (art.3 e 6), alla Convenzione-quadro sulle minoranze nazionali del Consiglio d’Europa (art.5 e relativa specificazione del Comitato degli esperti a proposito della minoranza di rom e sinti), legittimando la discriminazione anche a livello istituzionale, permettendo all’antizigarismo di assumere dimensioni pervasive nella società italiana.

In questo quadro, a cui si aggiunge il mutamento del clima politico con un governo di estrema destra, il crescere dell’intolleranza e del rancore sociale, cosa ci aspetta? Una certezza c’è: chi sfida ogni giorno le persecuzioni e le discriminazioni della cultura maggioritaria e le conseguenze che queste hanno su di noi e sul nostro modo di vedere noi stessi, continuerà a combattere, a lavorare e a proporre soluzioni, avendo sempre davanti a sé la propria gente, la bellezza, la saggezza e la resistenza del popolo Romanì.

*Portavoce del Movimento Kethane