La giustizia continua ad essere un’emergenza per il nostro Governo. E la sensazione è che più che all’emergenza del sistema in sé (che da anni produce arretrati, errori giudiziari, rinvii, ritardi nella risposta di giustizia data ai cittadini e che ha rilevato tutte le sue criticità, dalla questione morale in seno alla magistratura per via delle lobby di potere interne alle correnti alle annose carenze negli organici di magistrati e personale amministrativo) si continui a voler guardare solo all’emergenza sanitaria legata alla pandemia in atto.

Ora, è vero che il Covid non è stato debellato e periodicamente, come in questo periodo, ci si imbatte in una nuova ondata o in una nuova variante ma tutti i settori della vita civile sono ripartiti e da tempo. E non si capisce, quindi, il motivo per cui tenere il freno a mano tirato per il settore giustizia. «Le norme emergenziali in materia di giustizia sono state, in maniera incomprensibile, prorogate al 31 dicembre 2022, contrastando con lo stato emergenziale generale che, ad oggi, è stato fissato sino al 31 marzo 2022», spiega l’avvocato Marco Campora, presidente della Camera penale di Napoli interpretando il pensiero di una vasta platea di penalisti napoletani. «Il primo dato – spiega – è questo: stiamo andando in una direzione opposta rispetto al modello accusatorio e c’è il forte timore che la normativa emergenziale possa divenire, come accaduto in passato, la regola». Non è raro dalle nostre parti, infatti, che l’eccezione ci metta poco, ma veramente poco, a diventare la regola. I penalisti lo denunciano anche nel settore giustizia. «È quanto sta accadendo per le camere di consiglio da remoto», aggiunge l’avvocato Campora puntando l’attenzione su uno degli aspetti più controversi, quello delle sentenze da remoto.

«Prevedere camere di consiglio a distanza significa snaturare integralmente e definitivamente il modello accusatorio. Lo strumento da remoto per le camere di consiglio mina irrimediabilmente i principi di immediatezza, oralità e del contraddittorio, irrinunciabili baluardi della legalità del processo penale». Sbagliato considerare la camera di consiglio un passaggio puramente formale. «Nel corso delle camere di consiglio vi sono non raramente rilevanti contrasti giuridico interpretativi. Tali diversi orientamenti non possono essere certamente dibattuti attraverso un monitor. In questo modo si rischia di vanificare il senso del confronto intellettuale e culturale con inevitabili ripercussioni sulla stessa qualità della giurisdizione – osserva Campora – . Ho sempre immaginato qualcosa di diverso, che va nella opposta direzione rispetto a quanto stiamo assistendo. Sarebbe, infatti, necessario che dei confronti camerali restasse una traccia processualmente significativa, in modo che non venga rappresentata, a tutti i costi, la sentenza come la risultante di una immaginata convergenza del pensiero di tutti i componenti del collegio».

Le scelte operate per fronteggiare la diffusione del virus nei Tribunali hanno, sovente, compromesso l’attuazione del diritto di difesa e i principi del giusto processo penale. Da ultimo, il ripensamento sull’obbligo di Green pass. «Non entro nel merito della scelta circa l’obbligo di Green pass per gli avvocati per l’accesso in Tribunale; ciò che suscita, invece, non poche perplessità e dubbi di compatibilità con l’art. 24 della Costituzione è la circostanza che l’assenza del difensore privo di certificazione vaccinale non costituisca legittimo impedimento».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).