Stefano Pesci, attuale procuratore aggiunto a Roma, pare non avesse dichiarato al Csm, come previsto dalle circolari, di essere sposato con la collega, anch’ella procuratore aggiunto a piazzale Clodio, Nunzia D’Elia. La circostanza è emersa dalla sentenza depositata ieri dal Tar del Lazio sul ricorso presentato dal pm romano Nicola Maiorano. Il magistrato aveva fatto domanda per diventare aggiunto a Roma ma era stato escluso dal Csm che gli aveva preferito Pesci e Ilaria Calò. Pesci avrebbe dovuto segnalare di essere sposato con la collega D’Elia per eventuali “incompatibilità”. Non sembrano esserci precedenti di due aggiunti moglie e marito nel medesimo ufficio.

I consiglieri del Csm nell’esaminare la pratica sembrerebbe non si fossero accorti di nulla, pur essendoci fra loro magistrati che prestando servizio a Roma, anche per sbaglio, avrebbero potuto imbattersi nei coniugi Pesci.
Per evitare di aprire un disciplinare a Pesci, sulla carta obbligatorio e come anche scritto nella sentenza del Tar, la moglie ha deciso di rinunciare al posto di procuratore aggiunto e di andare da semplice sostituto alla Procura generale della Corte d’Appello. La Procura di Roma, insomma, si conferma ancora una volta fucina di contenziosi amministrativi e di nomine illegittime.

Da Perugia, invece arriva la notizia che ieri i pm hanno deciso di indagare sul server che contiene le intercettazioni effettuate con il trojan nel telefono di Luca Palamara. Cosimo Ferri e Palamara, in pratica, sarebbero parti offese nel Palamaragate: intercettati con modalità tutte da verificare. Il server pare sia rimasto acceso in maniera abusiva e alcune intercettazioni sparite nell’etere. Era stato il Riformista nelle scorse settimane a pubblicare i tabulati con le indicazioni delle programmazioni del trojan che non risultavano registrate. Il procuratore Raffaele Cantone starebbe svolgendo accertamenti per capire cosa sia successo.