Nuovo colpo di scena al processo a Perugia nei confronti dell’ex zar delle nomine al Consiglio superiore della magistratura. Luca Palamara sarebbe stato intercettato abusivamente per tre mesi, da giugno agli inizi di settembre del 2019. La circostanza è emersa ieri con la deposizione degli agenti della polizia postale davanti al gup Piercarlo Frabotta. I poliziotti erano stati delegati dai pm di Firenze e Napoli di svolgere accertamenti sul funzionamento delle intercettazioni effettuate dalla società milanese Rcs, l’azienda che aveva fornito il trojan inserito dal Gico della guardia di finanza nel telefono di Palamara.

Fra i motivi che avevano spinto i pm a chiedere chiarimenti alla postale il fatto che il server che aveva gestito il trojan non era ubicato a Roma, dove si svolgevano le operazioni di ascolto, ma a Napoli. I tecnici di Rcs, ad iniziare dall’ingegnere Duilio Bianchi, avevano sempre negato questa circostanza, salvo poi rimangiarsi quanto detto. Per tale motivo Bianchi era stato poi indagato per frode in pubbliche forniture. La “giustificazione” era che si trattava di un server di solo transito. Di diverso avviso la difesa di Palamara, rappresentata dagli avvocati Roberto Rampioni e Benedetto Mazzocchi Buratti, secondo cui questa “anomalia” rischierebbe di invalidare tutte le attività svolte fino a questo momento.

Il processo di Palamara davanti alla Sezione disciplinare del Csm si era basato quasi esclusivamente sulle intercettazioni effettuate con il trojan. La Procura generale della Cassazione aveva sempre respinto le tesi degli avvocati di Palamara. Ma torniamo all’ascolto abusivo. Il trojan avrebbe dovuto essere spento il 30 maggio del 2019. Analizzando il server i poliziotti hanno scoperto che ci sono state “connessioni” fino alle ore 20.20 dell’8 settembre successivo. Cosa è successo? Mistero. I poliziotti, per evitare di compromettere il server, non hanno svolto ulteriori accertamenti per capire che cosa ci fosse effettivamente dentro. Si parla di molti terabyte di dati. Trattandosi di accertamenti irripetibili hanno preferito aspettare la decisione dei magistrati. Ed infatti Frabotta si è riservato di decidere sul da farsi il prossimo 4 giugno.

In caso di ascolti illegali sono diversi i reati, tipo “cognizione illecita di comunicazione telefoniche”, un reato punito fino a quattro anni di prigione. Possibile, però, che nessuno si sia mai accorto di ciò? La Rcs in questi mesi ha sempre cercato, anche davanti all’evidenza, di negare ogni criticità negli ascolti. Il Riformista, invece, aveva sollevato molte perplessità. Fra tutte la cena, non registrata, fra Palamara e l’allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone al ristorante Mamma Angelina ai Parioli, anche se dai tabulati risultava che il cellulare avesse trasmesso dati tutta la sera. I finanzieri del Gico, interrogati sul punto, si erano “difesi” con i non ricordo. Uno dei marescialli si era spinto ad affermare che non sapeva neppure come funzionasse il trojan. Testimonianze che avevano lasciati tutti interdetti. Ad iniziare dal togato Nino Di Matteo che voleva vederci chiaro. “Sono allibito”, è stato il commento di Frabotta.