Nel cuore di Scampia c’è l’Officina delle Culture Gelsomina Verde. Da quando è stato preso in gestione da Ciro Corona e dalle altre 13 realtà sociali della zona è diventato un polo di aggregazione, cultura, legalità e accoglienza per tutta la popolazione della zona che quotidianamente vive disagi e abbandoni di ogni tipo. C’è anche un centro di prima accoglienza per migranti, donne vittima di violenza e senza tetto. Un luogo dove simbolicamente anche Ciro Corona ha deciso di porre la propria residenza, in simbolo di resistenza e accoglienza. “Sono stato al comune di Napoli per fare dei documenti e ho scoperto di essere stato sospeso dai registri dell’anagrafe – racconta Ciro – Per il Comune di Napoli non esisto più. Quella lotta squadrista e fascista che il Comune ha portato avanti nei nostri confronti oggi raccoglie i risultati: Ciro Corona non esiste più e con lui l’Officina delle Culture”.

Ciro era a conoscenza dell’intenzione del Comune di chiudere l’Officina dedicata a Gelsomina Verde, vittima innocente della camorra. Ma nessuno gli aveva detto che lo è già di fatto: “Se io non fossi andato a fare la carta di identità non avrei mai saputo della sospensione della comunità alloggio. La cosa triste è che il Comune lavora nell’anonimato e nel quietismo, non ci sono comunicazioni ufficiali di nulla”.

La storia dell’Officina è emblematica. Nel 2012 vengono consegnate le chiavi della struttura dal Comune a Ciro Corona. Fino a poco tempo prima ospitava tossicodipendenti e persone che spacciavano per conto della camorra. Senza fondi pubblici Ciro e un gruppo di volontari la ripuliscono e riqualificano. “Quella fabbrica di morte è diventata così un luogo di cultura – racconta Ciro – poi è stata popolata da 13 realtà che operano tutti i giorni con attività diverse per un’utenza di circa 600 persone. Poi nel 2018 è scaduto il comodato d’uso gratuito e il Comune di Napoli non ha mai provveduto al rinnovo perché ha messo su un pasticcio burocratico: ha dato la struttura in mano a una partecipata, l’Asia, mettendola nel suo bilancio. Per questo motivo il Comune non ci può più rinnovare il contratto e non può farlo nemmeno Asia, perché nel suo statuto non può dare a terzi i suoi beni strumentali. E così da quel momento in poi le 13 realtà continuano a operare di fatto nell’illegalità”.

“A ottobre scorso l’amministrazione con firma di Alessandra Clemente ci ha mandato diversi blitz delle forze dell’ordine per constatare la mancanza di permessi che loro stessi non ci danno”, continua Ciro. La struttura è molto bella: possiede numerose stanze ariose per l’ospitalità, anche a detenuti che hanno bisogno di una fissa dimora per gli arresti domiciliari, cucine, laboratori, saloni, uno sportello di consulenza legale gratuita, una palestra e anche lo sportello del garante dei detenuti.

C’è anche una biblioteca finanziata dalla Siae in un progetto che tenne occupati anche ex detenuti e in affidamento. C’è una sala per i bambini con i computer e mille attività di avvicinamento alla lettura. “È un luogo per evitare che i ragazzi frequentino luoghi che possano fuorviarli, potendo stare in un posto sicuro e pieno di libri da leggere”, racconta Alberto Guarino, uno dei volontari dell’ufficio legale. Paradossalmente la Siae avrebbe finanziato volentieri altri progetti ma visto che il centro è illegale non può. “La nostra non è una semplice palestra dove si fa attività fisica, ma un luogo dove si fa aggregazione e unione – spiega Cira Celotto, presidente dell’Associazione ‘Le Ali di Scampia’ e istruttrice fitness – Questo è un punto di ritrovo per tante donne che altrimenti dovrebbero stare a casa, abbandonate a se stesse. Per loro questa attività è fondamentale. È un’attività che gli ‘fa bene al cuore’, parole loro. Pagano 80 centesi all’ora, ma c’è anche chi viene gratuitamente perché non può permettersi nemmeno quello. Chi ha il marito in carcere, chi non ha soldi, la nostra casa è aperta a tutti”.

“Quelle 13 realtà oggi continuano a lavorare indisturbate ma nella illegalità – continua Ciro – A nessuna è successo nulla, tranne che all’associazione Resistenza che aveva tutti i permessi in regola per la comunità alloggio, tra l’altro autorizzata dal Comune. Quella comunità ad oggi non esiste più. I minori stranieri non accompagnati che lì erano ospitati oggi hanno un lavoro perché li abbiamo inseriti in un percorso professionale, ma non hanno più la residenza perché questo posto per il Comune non esiste. Loro avranno seri problemi per il permesso di soggiorno”.

Tutto questo ora rischia di chiudere, o meglio naviga a vista. “Per me è un baluardo di libertà – dice Pietro Ioia, garante dei detenuti del Comune di Napoli – in questo momento ci sono 8 detenuti in affidamento. Se chiude il centro Gelsomina Verde chiude un pezzo di libertà in un quartiere a rischio come Scampia. Bisogna fare di tutto per non farlo chiudere”.