Ha un’età compresa tra i 40 e i 60 anni, ha figli. Nella maggior parte dei casi ha anche una moglie o una convivente, e ha un titolo di studio medio alto. E si trova in carcere per reati contro la persona o contro la pubblica amministrazione. Eccolo il ritratto del detenuto medio, il profilo di chi compone la maggioranza della popolazione detenute nelle carceri della Campania, e più in generale di tutto il Paese. È di queste persone che dovrà occuparsi il nuovo capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Altro che mafiosi, a stare in carcere sono soprattutto uomini violenti o truffatori, ladri e spacciatori. Eccolo l’identikit di chi vive dietro le sbarre.

Certo ci sono anche quelli condannati per reati di criminalità organizzata, ma sono una minoranza rispetto alla popolazione che vive nelle celle. Lo dicono le statistiche ministeriali con cui periodicamente il Ministero della Giustizia traccia un bilancio sullo stato del sistema penitenziario. Ebbene, se è vero che i numeri sono utili per descrivere certe realtà, è dai numeri indicati nelle statistiche ministeriali che viene fuori un ritratto del detenuto medio che non è solo e sempre il ritratto dello spietato e potente boss della criminalità organizzata rispetto al quale diventa difficile, come sostengono i meno garantisti, intavolare discorsi su misure alternative e provvedimenti svuotacarceri. Su una popolazione detenuta di oltre 54mila persone, sono 7.274 quelli reclusi per reati di associazione a delinquere di stampo mafioso.

La maggior parte dei detenuti è dietro le sbarre per reati contro il patrimonio, cioè furti e rapine. E per reati contro la persona, quindi aggressioni e lesioni. Nella prima sfera di reati rientrano 31.009 detenuti, nella seconda 23.611 detenuti. E allora come mai, quando si parla di carcere, ci si concentra sempre ed esclusivamente sui boss della camorra? Ragionare su misure alternative al carcere e sulla possibilità di ricorrere al carcere solo come extrema ratio può essere possibile per più della metà della popolazione detenuta. Cosa significherebbe? Innanzitutto la fine di carceri-inferno, e poi di celle strapiene, di diritti mortificati, di spazi inadeguati, di attività di rieducazione non a singhiozzo e non per pochi, di tutela della salute, di tutela dei diritti anche di chi lavora in carcere perché le risorse non saranno inadeguate a gestire il numero di detenuti che sarebbe realmente presente nelle celle.

In due parole, sicurezza e diritti. Di tutti. Di chi vive all’interno delle strutture penitenziarie e di chi vive nel mondo fuori. I numeri, dicevamo. Sono stati, nel 2021, più di 8mila i detenuti per reati contro la pubblica amministrazione e oltre 9mila quelli dentro per possesso di armi. I numeri descrivono anche un altro aspetto della questione carcere tanto dibattuto quanto nei fatti ignorato: i detenuti problematici, quelli per esempio tossicodipendenti. Sono molto numerosi. Nel 2021 si sono contati 18.942 detenuti per reati legati allo spaccio di sostanze stupefacenti. Rispetto al passato sono in numero più contenuto (erano più di 23mila nel 2005 e più di 21mila nel 2019), ma sono pur sempre ancora moltissimi, se si considera che più della metà oltre a trafficare in droga ne sono anche assuntori. Sono dunque troppi per le strutture di cui il sistema penitenziario dispone, inadeguate a gestire detenuti con dipendenze e patologie.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).