«Non voglio essere rivoluzionario ma per me, utopisticamente, si dovrebbe arrivare all’eliminazione del carcere che considero una pena ormai anacronistica». Detto da un ex direttore penitenziario con 40 anni di esperienza e una carriera che lo ha portato a dirigere alcuni tra i maggiori istituti di pena italiani, ricorrendo anche ruoli di vertice all’interno del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, è un’affermazione che deve far riflettere.

«È una mia utopia», spiega Luigi Pagano, oggi consulente del Difensore civico della Lombardia ma per 40 anni alla guida di penitenziari come Pianosa negli anni di Piombo, Nuoro al tempo dell’omicidio di Francis Turatello, Asinara riaperto appositamente per l’isolamento del capo della Nuova Camorra Organizzata (Nco) Raffaele Cutolo, e poi Alghero, Piacenza, Brescia, Taranto fino ad approdare nel 1989 alla direzione, durata sedici anni, del carcere milanese di San Vittore e poi alla casa di reclusione di Bollate, tra le esperienze più avanzate sul piano dell’inclusione sociale dei detenuti. Natali nel Casertano e studi in Giurisprudenza a Napoli, Pagano è autore di un libro, Il direttore, che è un viaggio nelle prigioni italiane e fa di lui un testimone ma anche un protagonista della storia penitenziaria italiana, oltre che un fautore del cambiamento che il Paese non è stato ancora in grado di attuare.

Perché secondo lei?
«Per una lunga serie di motivi. Il problema delle carceri viene da lontano e non è mai stato affrontato seriamente. Basti pensare che la legge di riforma è del 1975 e si parla ancora di darle attuazione. Inoltre, c’è anche un aspetto culturale da considerare: la pena diversa dal carcere non è vista di buon occhio, la gente vede la condanna soltanto nella reclusione. Ci si rifà comunque e sempre al diritto penale che pure andrebbe riformato: abbiamo un codice del 1930 e questo è un grosso problema».

Oggi l’attenzione sul carcere è soprattutto legata all’emergenza Covid, tanto che si torna a chiedere amnistia e indulto.
«Si continua a cercare la misura deflattiva ogni volta che c’è un’emergenza, senza pensare che tutta una serie di rimedi si hanno già con le misure alternative e con la realizzazione di carceri adeguate a detenere le persone, rispettando la Costituzione e garantendo una pena che sia in primo luogo dignitosa e consenta il reinserimento sociale. In tutti questi anni c’è stata grandissima distrazione sulle carceri e la riforma penitenziaria è stata sempre considerata di serie B. In un’epoca emergenziale come questa, bisognerebbe fermarsi un attimo, come accadde nel 2013 quando arrivò la condanna di Strasburgo per il trattamento disumano e degradante nelle carceri. Diversamente da allora, però, bisognerebbe non lasciarsi sfuggire l’occasione di ripensare veramente al carcere. All’epoca la situazione era collasso, ci furono gli Stati generali ma alla fine mentre a Roma si discuteva di come migliorarlo. Così il carcere tornò a essere quello che è sempre stato e siamo arrivati alla situazione attuale in cui, a causa del sovraffollamento e dell’emergenza Covid, si adottano misure emergenziali che lasciano il tempo che trovano perché non prevedono cambiamenti strutturali».

Quindi anche questa attuale rischia di essere un’opportunità sprecata?
«Temo di sì. La politica, in 40 anni, si è disinteressata delle carceri e, quando ha avuto la possibilità di trasformarle, ha ceduto alle pressioni di chi voleva più detenzione e più pene. Ci vorrebbe invece un’idea, una visione che vada un po’ più in là, non immaginando chissà cosa ma semplicemente rispettando la Costituzione. Dove le carceri funzionano è perché la popolazione detenuta è più o meno adeguata, le strutture sono idonee e c’è la volontà di applicare la riforma penitenziaria. Se si fosse seriamente investito nell’edilizia penitenziaria, carceri come San Vittore o Poggioreale non esisterebbero più. Un altro paradosso, inoltre, è che i detenuti in questi istituti sono presunti non colpevoli, perché questi penitenziari sono case circondariali e, in quanto tali, dovrebbero detenere soltanto o in prevalenza persone imputate. Ed è evidente che persone imputate non possono essere tenute in queste condizioni».

In carcere ci sono anche bambini, quelli al seguito delle detenute madri.
«Quando lavorammo all’Icam di Milano pensavamo di chiuderlo quasi immediatamente sperando di risolvere in maniera quasi totale il problema dei bambini in carcere. Invece scopriamo che i bambini sono ancora in carcere, pochi negli Icam e molti ancora negli istituti di pena. Purtroppo, spesso mancano le strutture esterne. Accade anche per tossicodipendenti, ultrasettantenni e persone malate per cui il carcere da extrema ratio diventa paradossalmente una sorta di comunità».

Torniamo alla sua utopia…
«Eliminare il carcere è l’utopia. Più realisticamente credo che si possa pensare di eliminarlo gradualmente, cominciando a rispettare l’articolo 27 della Costituzione, abbandonando l’idea della galera come punizione e isolamento, riformando il codice penale, puntando sull’inclusione sociale, creando più contatti tra istituti di pena e mondo esterno».

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).