“Un vero leader è come il Mullah Haibatullah, che non si è preso cura di suo figlio e ha lasciato che fosse sacrificato come centinaia e migliaia di altri talebani. Questo avrà un effetto sul morale dell’organizzazione”. Parlava così nell’estate del 2017 un comandante dei talebani dopo la diffusione della notizia della missione suicida del figlio del loro leader Mawlawi Haibatullah Akhundzada.

Oggi, a 60 anni, Akhundzada – che guida il movimento fondamentalista dal 2016 – sarà l’autorità suprema dell’Afghanistan, il nuovo leader del governo. L’attuale “capo spirituale” dei talebani potrebbe assumere il titolo di Guida Suprema del nuovo Emirato islamico, sul modello dell’ayatollah Ali Khamenei in Iran.

Pur non comparendo in pubblico da anni, Akhundzada è il terzo leader dei talebano dopo il Mullah Omar e Akhtar Mohammad Mansour. E’ chiamato a mediare tra spiritualità e gestione degli affari (coltivazione dell’oppio in primis) dopo l’operato più violento e sanguinario che religioso targato Mansour. Il suo arrivo alla guida dei talebani avrebbe messo d’accordo tutti dopo anni di divisioni interne.

A legittimare ulteriormente la sua leadership, il sacrificio del figlio, kamikaze in un attacco avvenuto nell’estate 2017 nel distretto di Gereshk, nella provincia di Helmand, terra di oppio e di scontri con il contingente britannico. Aveva 23 anni e si chiamava Hafiz Abdur Rahman Khalid. Una notizia mai confermata ufficialmente dai talebani ma che iniziò a circolare con una certa insistenza all’interno del movimento fondamentalista, accrescendo ulteriormente la fama di Mawlawi Haibatullah Akhundzada. Era emerso infatti che il figlio 23enne si era iscritto in una missione suicida nei mesi precedenti.

Un sacrificio avallato dallo stesso genitore che negli anni dopo la caduta del governo talebano si rifugiò in Pakistan dove gestiva una madrasa, una scuola musulmana dove si impartiscono insegnamenti di religione e diritto (e dove si reclutavano adepti per azioni suicidi) e dove ha ‘studiato’ lo stesso Hafiz Abdur Rahman Khalid. La partecipazione di suo figlio a un attacco suicida “avrà molto probabilmente un impatto positivo per la sua leadership, poiché i combattenti e i comandanti vedranno la sua pietà e il suo investimento nella causa” sosteneva all’epoca lo scrittore Borhan Osman.

L’ascesa al potere di Haibatullah Akhundzada è stata rapida dopo la morte del suo predecessore, Akhttar Mansour, ucciso da un drone americano in Pakistan. Prima della sua nomina, circolavano poche informazioni su questo erudito, massimo esperto di questioni giuridiche e religiose, meno di strategia militare. Secondo diversi analisti, il suo ruolo alla guida del movimento sarebbe stato più simbolico che operativo, ma in realtà Akhundzada è riuscito ad ottenere in tempi rapidi una promessa di lealtà da Ayman al-Zawahiri, il capo di Al Qaeda.

Quest’ultimo lo ha soprannominato “l’emiro dei credenti“, consentendogli di affermare la sua credibilità nella galassia jihadista. Akhundzada è figlio di un teologo, nativo di Kandahar, culla dell’etnia pashtun e dei talebani, nel Sud dell’Afghanistan.

Nel corso del primo Emirato (1996-2001)  sotto la guida del Mullah Omar, Akhundzada era ai vertici del sistema giudiziario ed era favorevole alla lapidazione per le adultere e il taglio della mano per i ladri.

Napoletano doc (ma con origini australiane e sannnite), sono un aspirante giornalista: mi occupo principalmente di cronaca, sport e salute.