“L’ entrata dell’aeroporto di Kabul o, come la chiamano, il Gate è la fine della vita. Arrivi lì e vedi che ci sono più di 10mila persone che vogliono entrare dentro. Di sicuro, c’è che tutte queste persone hanno due scelte: o entrare o morire in Afghanistan”. Inizia così il racconto di Abdul Basit Qasimi, 29 anni, maggiore dell’esercito afgano, fuggito da Kabul, insieme a sua moglie Shabnam Sarwary, 22 anni, grazie al ponte aereo italiano.

Il veivolo partito da quel girone infernale che è diventata Kabul pochi giorni dopo la sua caduta in mano ai talebani è come se gli avesse dato una nuova vita e la speranza, vera e concreta, di un futuro. “Se fossi rimasto lì avrei fatto la stessa fine che stanno facendo gli altri militari: li stanno uccidendo uno dopo l’altro”, ha detto Abdul intervistato dal Riformista.

Sono giovanissimi Abdul e Shabnam, se fossero rimasti a Kabul sarebbero andati incontro a morte certa. Invece sono rientrati nella lista dell’Esercito Italiano che ha riportato nella penisola i suoi connazionali perché lui, oggi maggiore dell’esercito, ha studiato all’accademia militare di Modena per due anni, poi la scuola di applicazione di Torino per altri 3 anni.

Il matrimonio militare di Abdul e Shabnam: “Siamo andati contro la nostra cultura”

Abdul racconta che il loro è stato un matrimonio militare. “Ci siamo sposati in divisa – racconta – Io e mia moglie siamo andati contro la nostra cultura. Tutti telegiornali erano presenti al mio matrimonio nessuno prima di noi ha fatto una cosa del genere. Erano presenti il Ministro della Difesa, il Capo di Stato Maggiore della Difesa e tutti i generali. Le nostre foto e i video della cerimonia sono ovunque. Durante il matrimonio il Ministro mi ha promosso al grado di maggiore”. Un evento che i talebani non avrebbero perdonato affatto e nemmeno la sua amicizia con gli italiani. “Per me rimanere lì era assolutamente pericoloso – continua il maggiore – Oggi ringrazio di cuore l’Italia e le forze armate italiane perché ci hanno salvato la vita”.

I giorni dopo l’ingresso dei talebani a Kabul

Abdul e Shabnam hanno capito che dovevano scappare il prima possibile da Kabul appena i Talebani sono entrati in città. Si sono chiusi in casa per il terrore e lì hanno resistito per qualche giorno. “Un giorno un mio amico è venuto a bussarmi a casa – racconta – voleva che uscissi in strada con lui per guardarci intorno. Avevo paura ma ci sono andato: volevo capire che gente erano questi talebani. Non li avevo mai incontrati nella mia vita, è stato uno shock per me trovarmeli davanti”.

“Appena esco da casa, dopo 10 metri mi trovo davanti due talebani con le armi in mano e i capelli lunghi e sporchi come dei mostri – continua il racconto del militare – Più avanti ce n’erano degli altri, uno più spaventoso dell’altro. Sono fuggito a casa e lì ho aspettato nascosto”. Poi finalmente dall’esercito italiano è arrivata la notizia che Abdul e sua moglie potevano tornare in Italia. “Mi hanno detto di farmi trovare davanti all’aeroporto – dice con commozione – Roberto Trubiani, addetto militare italiano, uomo di coraggio e di cuore, ha fatto di tutto per tirarci fuori dal paese. Non smetterò mai di ringraziarlo”.

L’aeroporto di Kabul, un girone infernale: “Sparare per talebani è un hobby: si divertono”

Così inizia il racconto drammatico dell’arrivo al gate e quella fuga tremenda con la paura che vibrava in ogni respiro. “Per entrare (nell’aeroporto, ndr) in tanti rischiano la vita, perché ci sono dei talebani ogni due minuti che sparano o in aria o ai piedi della gente che sta lì. Ci sono bambini che urlano, piangono e alcuni di loro perdono i propri familiari, però per i talebani non ha importanza perché loro non conoscono il valore dell’umanità. Sparare per talebani è un hobby: si divertono”.

“Vorrei parlare della mia piccola, grande speranza: verso le 8 del mattino, parto da casa vestito di nero, con la barba non fatta e i capelli spettinati, con un aspetto, insomma, simile a un talebano (cioè sporco e vestito di sporco). Anche mia moglie fa la stessa cosa: esce tutta coperta di un velo nero. Usciamo da casa, prendiamo un taxi e andiamo verso l’aeroporto iniziando a pregare, dicendo: ‘Dio portaci sani e salvi fino all’aeroporto, la nostra ultima speranza è l’aeroporto e incontrare un italiano!’. Siamo arrivati al Gate Baran e vedo che ci sono più di 5mila persone che stanno provando a entrare. È un caos assurdo: fatti 20 passi mia moglie è caduta urlando aiuto. L’ ho aiutata a rialzarsi e l’ho vista con tutta la faccia rossa da quanto era impanicata. C’erano ovunque anziani, bimbi che cadevano, urlavano aiuto o chiedevano acqua”.

“I talebani mi hanno picchiato, ad altri gli sparavano ai piedi”

“A un certo punto, davanti a me ho beccato un talebano che mi ha detto di tornare indietro; volevo spiegare che io avevo tutti documenti, ma lui mi ha tirato un schiaffo e mi ha colpito con il fucile. Mia moglie lo ha supplicato di non picchiarmi ma io non ho insistito perché sapevo che mi sparavano. Sono tornato indietro e ho visto che ad alcune persone che insistevano gli sparavano ai piedi. Mentre ero lì, hanno sparato a 6 persone: alcune di queste sono morte. Ci siamo allontanati più o meno 500 metri dalla porta; era verso mezzo giorno, quando gli americani hanno fatto pausa pranzo e la gente è diminuita un po’ e noi abbiamo cambiato Gate. Siamo andati al Gate Est, da poco aperto: erano più o meno le 13 e c’era poca gente. Mi sono messo in fila con mia moglie e dopo due ore di attesa sono arrivato alla porta e ho fatto vedere il mio passaporto con il visto ad un americano e ci hanno fatto entrare”.

“Una vita nuova grazie ai fratelli italiani”

“Appena sono entrato dentro ho pensato di avere la possibilità di ricominciare una vita nuova. Dopo appena 10 metri, ho visto due soldati italiani e mi sono detto: “Ecco i nostri fratelli!“ e ho iniziato parlare dicendo: “Buongiorno!”. Vorrei ringraziare lo Stato Italiano e il popolo italiano: non potremo mai dimenticare il vostro supporto!”.

Ora si trovano in un centro di accoglienza a Chieri in provincia di Torino. Sono arrivati lì senza nulla, non un bagaglio, non un ricambio. Solo tanta voglia di vivere e ricominciare. La solidarietà è arrivata subito dagli ex compagni di corso e dai militari italiani che hanno raccolto beni di ogni tipo da mandargli per rendere migliore la loro permanenza. Intanto la coppia di afgani resiste e spera guardando a un futuro migliore. Abdul si è già rimboccato le maniche per trovare un lavoro in Italia. È un maggiore dell’esercito molto ben preparato e vorrebbe poter continuare a fare il mestiere che tanto ama.

“Ho paura per il mio fratellino, ha 10 anni, come crescerà?”

Ora Kabul è definitivamente in mano ai talebani. Dopo che l’ultimo militare americano ha messo piede su un aereo volato via, i talebani hanno festeggiato a Kabul con l’esplosione di colpi di arma da fuoco celebrativi, a segnare la fine di 20 anni di guerra e occupazione. Il ponte aereo ha permesso, da quando i talebani sono tornati al potere due settimane fa, di trasferire fuori dal Paese circa 116mila persone. Ma la famiglia di Abdul e Shabnam è rimasta lì. “Vivono con la paura – dice Abdul – Sono molto preoccupato. Cosa faranno?”.

Giornalista professionista e videomaker, ha iniziato nel 2006 a scrivere su varie testate nazionali e locali occupandosi di cronaca, cultura e tecnologia. Ha frequentato la Scuola di Giornalismo di Napoli del Suor Orsola Benincasa. Tra le varie testate con cui ha collaborato il Roma, l’agenzia di stampa AdnKronos, Repubblica.it, l’agenzia di stampa OmniNapoli, Canale 21 e Il Mattino di Napoli. Orgogliosamente napoletana, si occupa per lo più video e videoreportage. E’ autrice del documentario “Lo Sfizzicariello – storie di riscatto dal disagio mentale”, menzione speciale al Napoli Film Festival.