Povero Zinga, la malattia ce l’aveva da piccolo, nel Partito. E oggi ci fa venire voglia di abbracciarlo e comprargli il gelato alle lucciole, o almeno un supplì. Ce l’ha messa tutta, ma è come l’eroe di Musil che non era l’Uomo Senza Qualità, come l’hanno titolato in italiano, ma l’Uomo senza Caratteristiche, perché Zingaretti è buono, bravo, non gli puoi rimproverare quasi niente, salvo quel peccatuccio da quattro soldi, per uno che sta nella scia di Gramsci Togliatti Longo e Berlinguer, e mettici pure Natta e Occhetto per buon peso, tutti sardo-liguri-piemontesi – mentre lui risulta all’anagrafe del marchesismo leninismo de casa, un volonteroso pacioccone romano del genere pizza patrimonio dell’umanità, abbasso i cattivi, evviva i buoni, sotto a chi tocca, chi la fa l’aspetti, state boni un momento, no la poltrona per te non ce l’ho, lo voi capì che so’ finite? E che cazzo.

Alla fine, ha sbottato e non ce l’ha fatta più. Era partito da piccolo con una associazione antirazzista tipo non solo nero o qualche cosa del genere e aveva fatto una bella carrierina e però sempre odontotecnico era in quel partito con la puzza sotto al naso, la Fgci lo spedì alla facoltà di Lettere e Filosofia e purtroppo er candidato ci dette solo tre esami, non è che lo potevamo scafare più di tanto. Cursus honorum, ma di quali honorum parliamo? Il suo problema da sempre è stato quello di uno straccio d’identità. Dalemiano? Chi non lo è stato. Ha fatto la campagna per Warte, nel senso del Veltroni, perché questo aveva deciso il partito e alla fine è scoppiato nelle mani di Bettini Goffredo, professione spin doctor de noantri, uno che “anticipa sempre gli scenari successivi” ma saltando per prudenza quelli in cui si forma il vortice nero che tutto inghiotte.

Nicola Zingaretti si è arrabbiato, si è infuriato e sdegnato, ha detto che non ne può più di poltrone divani e sofà tre al prezzo di una, un tipo d’arredamento sempre in liquidazione, paghi due e non prendi nulla, è ovvio che alla fine anche gli Zingaretti hanno un’anima, persino una dignità e alla fine il maratoneta con la panza non ce l’ha fatta più.
Goffredo Bettini è quello che gli ha rifilato la patacca del Movimento Cinque stelle, ormai meteoriti col catarifrangente, come se non fossero in stato di avanzata decomposizione e gli ha detto di prenderli, incorporarli come si fa con la maionese impazzita da riparare con la fecola di patate e che era cibo sicuro. Lui, bamboccione, buono com’è, ha detto sì a tutto e poi quando ha visto che l’operazione era fallita ha detto sì anche a Draghi, avrebbe detto sì anche a sua nonna, ormai il partito è spappolato, se la fa con chiunque e come il personaggio felliniano di Amarcord andava urlando “Voglio una donna!” da mettere ai vertici non si sa più di che, ormai.

Niente donne ministro, mentre la Meloni fa il maschio alfa della parte avversa e lui con una mano davanti e una di dietro costretto a dire: un momento ragazzi, non ho poltrone, solo strapuntini, per favore tenete la mascherina sul naso, non ne posso più. Il Paese è alla frutta, anzi all’amaro e all’ammazzacaffè che è un estremo digestivo per la federazione romana, quando il partito non sa più che cosa ordinare al cameriere, dopo aver esaurito ogni possibilità.
Zingaretti, dunque. Il partito, snob com’è, non gli ha mai perdonato di essere un odontotecnico, di non aver letto i Grundrisse del giovane Marx e i Minima Moralia del sòr Adorno, a parte la storia del fratello stracciafemmine e arresta-mafiosi, detto anche il vero Zinga che se la montalbaneggia rompendo le santità del tabernacolo ideologico del fu grande partito, inteso anche come participio passato.

Eppure, Zinga è bravo: la Regione Lazio, in fondo, se vai a scavare, come mega carrozzone, va. Il vaccino, per esempio, funziona. Se vai a cercare Zinga su Wikipedia trovi una biografia del segretario dimissionario che manco quella di Immanuel Kant, un giovane pieno di sordi, un corridore per la Provincia, un presidente nato, un candidato combattivo per la poltrona di sindaco ma anche per ogni altra carica ma anche per far posto alle corse altrui, basta rispettare la fila. Poi l’incidentone coi Cinque stelle quando prima urlò vi giuro con i cinque stelle mai, possa morì sur corpo qui indove me trovo, e poi il frontale contro un palo andando a fare un governone da puttane coi cinquestelli diventati bellissimi, usando il forte argomento cinquecentesco secondo cui o franza o spagna purché se ‘mpiantamo noi ar governo al posto de Salvini che quello così lo mettemo fori dalla finestra.

E invece – surprise, surprise – Salvini ti si rimpone nei sogni di pesante digestione rientrato dalla finestra emergenziale sull’alito rovente del drago che tutto ripara cor generale degli Alpini, modello Nato, Afghanistan, Kosovo, fate voi. Che poteva fare l’onesto, pedestre, semplificato Zinga? Le ha sbagliate tutte senza azzeccarne una, ma anche puntando insieme sia sul rosso che sul nero di fronte a quarziasi cosa, e anzi, ar dir der vero, noi in quarcosa l’avevamio (condizionale modale del romanesco politico) combinata. Conte uno, due o ics? Per noi, con senso del limite va sempre bene tutto.

E adesso che gli diciamo all’elettorato? Dipende: quale? Avevamo un nemico interno ed era Renzi. Poi è diventato un nemico esterno ed era sempre Renzi. Non è mica colpa sua se Renzi fa cucù da tutte le parti. Però cerchiamo l’accordo, ma non dimentichiamo l’intransigenza. Deve pur esserci un limite, e che cavolo. Un limite a che? Che ne so: direi, al limite. Noi lo temevamo, lo sapevamo, avevano tutti questa apprensione e premonizione per il gigante d’argilla con i piedi senza scarpe. E adesso, pover’uomo? Il passo sembra irreversibile. O almeno dovrebbe. La sua solitudine è dell’uomo d’apparato senza un apparato, tanto partito per nulla e lo spettacolo è triste ma anche disperato. Se non sbagliamo, dopo quelle di Conte e Arcuri, è la terza testa dall’arrivo del drago.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.