È stato un martedì di fuoco per Giuseppe Conte che non cede e già è al lavoro per cercare nuovi consensi tra le forze politiche che però stentano ad arrivare. E invoca un governo di “salvezza nazionale” che faccia emergere in Parlamento le voci “che hanno a cuore le sorti della Repubblica” e che fornisca “una prospettiva chiara” e una maggioranza “più ampia e sicura”. Nel giorno delle dimissioni Giuseppe Conte lancia dalla sua pagina Facebook l’appello per il famoso patto di fine legislatura che però vada oltre il perimetro delle forze che fin qui – o quasi, come nel caso di Iv – lo hanno sostenuto.

L’avvocato anticipa le mosse di chi, nelle consultazioni al Colle, poteva ventilare l’ipotesi di un governo di unità nazionale e propone un’alleanza “di chiara lealtà europeista” che approvi “una riforma elettorale di stampo proporzionale” e riforme istituzionali e costituzionali, come la sfiducia costruttiva, che garantiscano pluralismo e stabilità. Ma assicura: “l’unica cosa che davvero rileva è che la Repubblica possa rialzare la testa. Quanto a me, mi ritroverete sempre, forte e appassionato, a tifare per il nostro Paese”.

Chi ci ha parlato nelle ultime ore assicura che il dimissionario Giuseppe Conte è ‘tutt’altro che abbattuto’ e pronto a darsi per vinto. Eppure la partita della crisi è meno facile di quanto sperasse e soprattutto non è più nelle sue mani bensì in quelle di Mattarella, che da mercoledì pomeriggio incontrerà i partiti per capire quali sono le intenzioni di ciascuno. Si fossero trovati i responsabili in fretta, come ha sperato fino all’ultimo, poteva esserci un reincarico con un mandato esplorativo. Ma al Mezzogiorno di fuoco di martedì mattina, quando ha varcato il portone del Quirinale, nessuna risposta certa era arrivata all’appello lanciato la sera prima con l’annuncio delle dimissioni.

E dunque il progetto di un Ter ora non passa, come aveva sperato, per la regia esclusiva di palazzo Chigi, dove l’avvocato si è trincerato dopo la salita al Colle e i colloqui con i presidenti di Senato e Camera in un inatteso mutismo. Per tutto il giorno i cronisti politici hanno atteso una dichiarazione, s’era vociferato anche di un video mai annunciato ma nemmeno mai smentito: all’ora di cena arriva il lungo post di Facebook con cui l’avvocato gioca l’ennesima carta di un mazzo che sembra stia per finire, quella del governo ‘con chi ci sta’ con cui spera di radunare le truppe e convincerne di nuove, anche nel centrodestra.

Telefonate, messaggini e riunioni non si contano. Il punto è che i numeri non ci sono ancora ma ci potrebbero essere nei prossimi giorni se, è il ragionamento a palazzo Chigi, non ci fossero sgambetti di Renzi. Al Senato la truppa responsabile si sta faticosamente costruendo, con la attivissima regia di Bruno Tabacci, ma non è detto che basti. E dal centrodestra, dove si guardava con speranza a Forza Italia, non arriva nessuna apertura. Una lentezza che sta innervosendo gli alleati: eppure senza Conte, ripetono Palazzo Chigi, come tenere insieme questa coalizione così diversa? Il giurista lo va ripetendo da giorni, ‘la responsabilità di questa crisi non è mia, non l’ho voluta io anzi l’ho subita’.

Lo ha ripetuto anche nel Cdm di martedì mattina, una ventina di minuti per approvare il decreto Cio e comunicare formalmente ai ministri la volontà di dimettersi, e per ringraziarli per il lavoro fatto in questi mesi: “Possiamo andare a testa alta per quello che abbiamo fatto, per come abbiamo affrontato la pandemia”, ha rivendicato. Dario Franceschini, Alfonso Bonafede e Roberto Speranza, rispettivamente capidelegazione di Pd, M5S e Leu, hanno ribadito il proprio sostegno al premier. Ma ci si potrà fidare davvero? Fino a che punto i tre partiti di governo resteranno al fianco di Conte? L’avvocato sa bene che, se messi alle strette, anche gli amici di oggi potrebbero decidere di sacrificarlo. E sarebbe tutta un’altra partita, con un altro protagonista.