Ecco, però, che la amnistia consentirebbe di non celebrare tutta una predeterminata tipologia di procedimenti, producendo l’effetto di evitare l’accesso ai palazzi di giustizia di imputati e testimoni per reati di contenuta gravità, per i quali è prevedibile la irrogazione di pene da scontare prevalentemente in esecuzione esterna.

Amnistia ed indulto potrebbero produrre l’effetto di decongestionare così anche gli Uffici della Esecuzione Penale Esterna (noti con l’acronimo U.E.P.E.) per la gestione di esecuzione di pene brevi in forma alternativa, esplicando una efficacia più ampia ed ulteriore rispetto alla attuale fase epidemica, contribuendo utilmente a mitigare tutte quelle ricadute sui detti Uffici prodottesi negli ultimi anni in conseguenza di tutta una serie ulteriore di competenze attribuite per effetto delle iniziative legislative (riguardanti la cognizione, ovvero la fase esecutiva) volte a pervenire ad uno sfoltimento della popolazione carceraria, implemento di competenze realizzato, prevalentemente, ad organici invariati.

Non è questa certo la sede per affrontare dettagliatamente la tematica dell’amnistia, ma solo per rammentare che dalla data della emanazione dell’ultimo provvedimento di clemenza (D.P.R. 12.4.1990 n. 75), alla reale funzione deflattiva dell’istituto hanno supplito altri istituti, quali la messa alla prova (il cui “carico” è finito con il gravare sull’UEPE), e la non punibilità per la particolare tenuità del fatto. Oltre, eventualmente, in taluni casi, la prescrizione dei reati, per effetto del decorso del tempo, qualora siano risultati superati i tempi per la celebrazione del giudizio.