Se c’è un luogo dove dovrebbe suonare per primo l’allarme, dove a causa degli spazi ristretti e dell’inesistenza di vie di fuga parrebbe impossibile applicare qualunque forma di prevenzione dal contagio, questo è il carcere. L’istituzione totale per antonomasia, quella da cui non si può scappare per principio, quella nella quale è pressoché impossibile calcolare i metri di distanza tra le persone, sembrerebbe il luogo “ideale” per la promiscuità, quindi per il contagio. A quanto pare, invece, non solo ha funzionato, fin dai primi allarmi sull’esistenza del coronavirus, una sorta di cordone sanitario che ha protetto le carceri dal contagio, ma ogni provvedimento di prevenzione è stato accettato di buon grado sia dai detenuti che dalle loro famiglie.

Un esempio virtuoso è l’Istituto di Opera, alle soglie di Milano, 1.400 carcerati con condanne definitive e una sezione speciale di alta sicurezza. Il direttore Silvio Di Gregorio mostra la tranquillità di chi è consapevole di aver fatto il proprio dovere ( e anche qualcosa di più) e di tenere la situazione sotto controllo. Consapevole del fatto che un conto è dire, a chi è libero, di stare in casa e di evitare i luoghi troppo affollati, un altro è misurare la distanza fisica, in celle per le quali l’Italia è stata già condannata anche dalla Cedu, tra detenuto e detenuto. Basta un niente, all’esterno, uno starnuto o un colpo di tosse, per creare il vuoto intorno al sospetto “untore”, immaginiamo le reazioni in luoghi chiusi di cui non si possiede la chiave. E poi c’è un altro problema. Come applicare le nuove regole di vita in un carcere, senza privare i detenuti dei propri diritti di affettività, di avviamento al lavoro e di preparazione a un futuro diverso in un domani di libertà?

Ricostruiamo insieme al direttore Di Gregorio le nuove (provvisorie) regole di vita dei carcerati. Il decreto del governo del 3 marzo ha sospeso i colloqui con i parenti. Inoltre il tribunale di sorveglianza da cui dipendono le tre carceri milanesi di San Vittore, Bollate e Opera ha sospeso i permessi di uscita dal carcere, il preziosissimo articolo 21 del regolamento che consente il lavoro esterno e la semilibertà. È un po’ come se improvvisamente un portone ti si chiudesse alle spalle. Saranno disperati, chiedo al direttore. «Abbiamo constatato un grande senso di responsabilità, sia da parte dei detenuti che dei loro familiari. Pensi che nessuno ha colto l’occasione per rivendicare diritti o protestare».

Ma come è possibile, visto che è stata interrotta ogni comunicazione con l’esterno? «Non è così. Tenga presente che ogni detenuto ha diritto da quattro a sei telefonate al mese con la famiglia, cui vanno aggiunte altre due straordinarie. In questa occasione ne abbiamo aggiunte altre otto al mese per ciascuno. Il che significa un bel traffico telefonico. Ma per noi è molto importante che la rieducazione come è prevista dalla Costituzione comporti anche il mantenimento delle relazioni affettive. Stiamo anche incentivando l’uso di Skype, l’abbiamo raddoppiato e speriamo che il Ministero ci aiuti ad averne di più».