Una storia difficile da vivere dovunque, quella della povera ragazza ammazzata dal fratello che ha volutamente speronato lo scooter sul quale lei si trovava in compagnia della persona che amava. Lo sarebbe stata anche senza lo sfondo dei palazzoni di un hinterland della grande città che (a giudicare dalle immagini televisive) condivide lo squallore di tutte le periferie anonime, ma avendo per scenario l’ovattata tranquillità di un buen retiro borghese che occulta dietro mura silenziose di appartamenti prestigiosi la sua ipocrisia.

Lei (non farò nomi, speriamo che il tempo, che oggi oscenamente li grida, li disperda: ignorarli è carità cristiana) era giovane e bella, secondo la fotografia. Chi le si accompagnava era una persona nata del suo medesimo genere che poi aveva cominciato a pensarsi maschio intraprendendo un percorso di transizione sessuale. L’omicida avrebbe voluto «dare una lezione» a quest’ultima o a entrambi i passeggeri del motorino. Fatali, dunque, la caduta e l’urto con un tubo di ferro. Un bravo avvocato potrebbe fare affermare la preteritenzionalità dell’effetto finale, al più l’eventualità del dolo: una morte messa in conto come possibilità non direttamente voluta, anche se al limite accettata. Leggo dichiarazioni dei genitori: non l’orientamento sessuale del ragazzo li contrariava in questa frequentazione, ma il suo non essere «la persona giusta per la figlia, come il tempo si incaricherà di confermare». In un sussulto di perbenismo, forse suggerito da un legale, si dicono lontani dal discriminare.

E il figlio assassino lo è stato per amore, per onore del nome, per “proteggere” la sorella. Un amore quello della ragazza “infettata dal partner”, secondo i familiari, ma tale anche il loro nei suoi confronti. Due opposti modi di amare male, a seconda dei punti di vista. La vicenda ha andamento e scansioni da tragedia greca, che spesso sconvolgeva famiglie, nell’unità di tempo, di azione, di luogo di un quartiere inospitale, di un parco non nuovo dall’avere accolto amori sbagliati, in danno di corpi di donne deboli: ieri quello laido di un pedofilo assassino, oggi quello di una fiorente maggiorenne, evidentemente ritenuta dal suo ambiente non libera di affermare la propria identità e scelte di anticonformismo, di coraggio. Anche in controtendenza con l’orientamento iper-garantista del quotidiano che mi offre spazio, non penso che ci debbano essere alibi morali e sconti di pena per nessuno. Il richiamo alla tragedia greca non serve a nobilitare il fetore del caso, ma a sottolineare l’incombere di un destino cupo, orizzonte comune ai protagonisti. Chi aveva provato a oltrepassarlo non c’è più.

Ben venga la galera, se i giudici riterranno che vada inflitta, ma la maledizione del sangue, di un’antropologia culturale miserabile, continuerà purtroppo ad affermarsi. Occorre una rottura di paradigma, come ha segnalato qui il magistrato Eduardo Savarese. Quanto a me, l’ho scritto in passato anche su questo giornale: è necessario un esercito, beninteso fatto di maestri di strada, alla Cesare Moreno e alla Marco Rossi Doria. La scuola non è solo aule in edifici ora scrostati e ora di lusso, mascherine, relazioni ora a distanza, banchi singoli, fame di supplenti. Scuola è dovunque si cresce, è una funzione e un obiettivo, più e oltre che un mestiere, è portare dubbi dove sono obsolete certezze di familismo arcaico, luce alle tenebre. Come diceva Dante (Purgatorio, XXII, 67 /69): «Facesti come quei che va di notte/ E porta il lume dietro e sé non giova/ ma dopo sé fa le persone dotte».