Nel giorno delle serrande alzate e del tutti al lavoro la signora Claudia ha scoperto che l’anziano padre aveva paura di uscire. “Grazie, io resto qui”. Novant’anni ben portati, passato da parcheggiatore in un centro Aci a pagamento e nessuna voglia di incontrare altre persone e di prendere un po’ d’aria. Stessa cosa per Brunino, 5 anni, che con un paio di lacrimucce ha costretto la mamma a lasciarlo sul divano. Che succede? Come si spiegano questi strani no a una piacevole libera uscita? La psicologa Fausta Nasti lo immaginava da tempo e spiega: “È la sindrome della capanna, Molti vivono un momento di ansia, di paura di uscire dal confinamento dove sono rimasti per due mesi circa. È un fenomeno psicologico legato allo stress provocato dall’idea di tornare in strada per stare insieme a molti estranei; è la paura, dopo un lungo periodi di lavoro da casa, di tornare in ufficio per ritrovarsi con i colleghi”.

Non è una malattia vera e proprio ma per gli psicologi si tratta di una sindrome. “La quarantena ha dato a molti la sensazione che, stando al sicuro in casa con i propri cari, si evitavano contagi. Senza dimenticare che, fra le mura amiche, c’era quello che poteva servire”. Oggi la sensazione è di paura, angoscia, preoccupazione di ritrovarsi in un mondo di cui abbiamo quasi perso il ricordo. “La sindrome della capanna è una reazione umana simile per certi versi alla tranquillità di un cane quando è nella sua cuccia o viaggia in macchina accoccolato in un trasportino: sono le sue tane, le sue case. La sindrome della capanna o cabin server – spiega Nasti – risale al Novecento quando i cercatori d’oro per la loro attività si allontanavano dai centri abitati e vivevano per interi mesi in una capanna, problema vissuto anche dai guardiani dei fari”. Chi colpisce e a che età? “È una patologia trasversale che, indipendentemente dal sesso e dall’età, coinvolge tutti. Abbiamo richieste di aiuto da tante mamme perché i loro bambini, allontanati da scuola e amici, vivono un momento di insicurezza perché ancora non si sa se potranno andare al mare e se dopo l’estate la loro scuola funzionerà. È un problema per gli anziani che con la quarantena si sono sentiti garantiti dal rischio di contagio. Questa sindrome è terribile anche per le donne dopo due mesi di lavoro a casa”.

I sintomi sono chiari: stanchezza generale con lunghi pisolini, torpore a gambe e braccia e poca o nessuna voglia di alzarsi la mattina. Un rilassamento fisico che coinvolge la concentrazione e la memoria. La prima cosa da evitare sono le insistenze per convincere una persona a superare la paura e ad uscire. “Bisogna dare tempo al tempo. Proprio come stanno facendo in Cina dove la cabin server coinvolge migliaia di persone. Bisogna riabituare lentamente il cervello a riprendere il ritmo precedente. Con gradualità – aggiunge Nasti – occorre ridurre i momenti di riposo organizzando impegni quotidiani di lavoro, divertimento, momenti dedicati alle pulizie. Poi si programmano uscite, anche molto brevi, da ripetere nei giorni successivi. Questa sindrome impegnerà gli psicologi per molti mesi. È preoccupante come la solitudine vissuta in ospedale dai malati di Coronavirus, solitudine che li ha tenuti lontano dai familiari per tanto tempo”.