Roberto Speranza ministro della Salute? Che bravo ragazzo: salute a lui e cantiamo in coro for he’s a jolly good fellow… perché nessuno lo può negar. Bruttino, piccolino, compìto ed educato ma con la mosca al naso, dottore non in medicina, come richiesto, ma in scienze politiche, uno che rigorosamente non sa un accidente di niente di salute pubblica. Può succedere. È successo a lui, ma più che altro succede a noi. E lui, austero e testardo ragazzo di provincia (sia detto in senso meridionale, dunque eroico e candidato Unesco come patrimonio dell’Umanità) si è ritrovato nella orrida pandemia che non succedeva da oltre un secolo, restando stordito e perplesso come un asino in mezzo ai suoni, ma anche come l’asino di Buridano, famoso soltanto per esser morto non sapendo decidere da quale secchio bere, avendone due equidistanti.

I suoi due secchi equidistanti fra cui scegliere erano: affrontare l’epidemia alla maniera della Germania, della Corea del Sud, di Taiwan e Hong Kong, oppure come ha fatto, la Cina che è una dittatura ben organizzata in cui papà-partito a suon di schiaffoni ti dice che cosa puoi guardare su Internet e quando ti ordina di chiuderti in casa ti fa bastonare dalla polizia se ti azzardi a uscire. Il ministro Speranza sarebbe rimasto interdetto per anni anche perché non sapeva a chi chiedere consiglio, non essendosi accorto di avere a disposizione due grandi organismi come l’Istituto Superiore di Sanità e il Consiglio Superiore di Sanità, pieni zeppi di scienziati di prima classe, esperti di epidemie, vaccini, organizzazione ospedaliera, un gran ben di dio. Inutile nasconderci, sia detto a sua difesa, che decideva tutto Conte e che lui non contava un accidente.

Ma, come accadde al Prode Anselmo che si ostinava a combattere ed era morto, il bravo ragazzo Speranza sbatteva contro i muri, trattato con sufficienza dai media e dai politici, pur restando sempre lo stesso adorabile bravo ragazzo. Comprensibile, col cavolo che il sor Conte, vincitore della celebre lotteria che offriva come primo premio un diploma da Primo Ministro, gli dava spazio, al nostro adorato Speranza, perché decideva tutto lui, sbagliava tutto lui, grazie alla sua sciagurata serie (non cercatela su Netflix) di stop-and-go che portavano l’Italia da un baratro all’altro.  E già questo era frustrante. Poi si riprese, sia pure per poco. Dopo un mese di marginalità, derisione e pesci d’aprile alla giacca benché fosse ancora marzo, cominciò a informarsi in giro per sapere se per caso qualcuno conoscesse qualcun altro che ci capisse qualcosa. Il ragionamento di Speranza non era sbagliato.

Si diceva la mattina allo specchio: qui crepano tutti, non abbiamo la più pallida idea di quanti siano i contagiati, stiamo sparando numeri a casaccio e in questo Borrelli è un solista, ma siamo il Paese che più di tutti al mondo sta andando a catafascio, mentre Conte seguita a ripetere in inglese che ci pensa lui e che siamo il faro mondiale della buona sanità, ma a me non sembra. Porca puttana, fu sentito mormorare nei locali governativi: a chi posso rivolgermi?
Alla fine gli suggerirono di prendersi come pedante (nel nobile senso di tutore, da paidòs che vuol dire pupo) il professor Walter Ricciardi che effettivamente è quello che ci capisce di più. Un punto a suo favore. Di Speranza.

Ed è stato così che il jolly good fellow, al quale brindiamo, si è un pochino ritirato su al novantesimo minuto. Intanto, però, affacciandosi alla finestra mediatica delle notizie vedeva una carneficina, che ancora non aveva – e non ha – pari al mondo. Di qui lo stucchevole confronto con un’altra carneficina, quella della Prima guerra mondiale, in cui generali di corpo d’armata, sovrani e imboscati di lusso mandavano a morire i poveri adolescenti italiani, e oggi mandano a crepare davanti alle modernissime mitragliatrici Covid19, una generazione di medici, infermieri, barellieri, personale ospedaliero di ogni ordine e grado, e al mattatoio anche tutti i disgraziati respinti dalle terapie intensive con ventilazione perché nati prima del 1950.