Gli argomenti – più o meno d’ufficio – invocati a difesa della costituzionalità del decreto legge n. 1/2023 contenente Disposizioni urgenti per la gestione dei flussi migratori (denominazione burocratica con cui si è voluta indorare la pillola contro le Ong) ci consentono di ritornare su un tema sul quale, anche a causa della complessa disciplina normativa e dell’abbondante giurisprudenza, spesso prevalgono volute ambiguità se non addirittura inaccettabili imprecisioni. Il decreto legge non nasce dalla legittima esigenza di consentire allo Stato di meglio razionalizzare e coordinare gli interventi di salvataggio effettuati dalla Ong. Se così fosse, non si spiegherebbero alcune scelte che vanno esattamente nella opposta direzione di ostacolare la loro attività. Ad esempio quella per cui, prima di effettuare un secondo soccorso, le navi delle Ong dovrebbero attendere l’autorizzazione del ministero, come se il tempo in simili frangenti fosse una variabile indipendente o come se non sapessero già se in zona ci siano altre navi più vicine.

Del resto, a dispetto di quanti sono più monarchici del Re, l’ha candidamente ammesso il ministro dell’Interno: le Ong sono navi private che non possono sostituirsi allo Stato al quale solo compete l’attività di salvataggio, come se questa possa consentire una rivendicazione di monopolio anziché una virtuosa concorrenza (meglio: collaborazione) tra poteri pubblici e autonoma iniziativa dei privati “singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà” (art. 118.3 Cost.), quale certamente è il soccorso di chi è in pericolo di vita in mare. E, benché la presidente del Consiglio ritenga diversamente, non c’è nessuna disposizione – interna o internazionale – secondo cui le operazioni di soccorso debbano essere soltanto occasionali.

Che l’obiettivo sia quello di ostacolare l’attività delle Ong, e non il loro coordinamento, lo dimostra altresì il fatto che, con la scusa della equa redistribuzione, alle loro navi venga assegnato un porto sicuro molto lontano dalle zone di salvataggio, costringendo migranti già provati a rimanere ulteriormente a bordo e ad affrontare lunghi viaggi, magari – nonostante la rassicurazioni dei “tecnici” del ministero – con il mare in tempesta, come accaduto per la Ocean Viking indirizzata verso Ancona che ha dovuto affrontare onde fino a sei metri. Evidentemente al ministero dell’Interno manca un buon meteorologo… Visto che questo governo ama appellarsi al “buon senso” per dare una certificazione oggettiva e razionale alle sue scelte discrezionali, chiedo se sia di “buon senso” far rimanere in mare i migranti anziché sbarcarli subito e trasferirli via terra nel luogo di destinazione. O si vuol far credere che quella marittima sia una via più sicura e celere di quella terrestre?

A proposito del porto sicuro (place of safety, il cosiddetto Pos). Nel più diffuso quotidiano italiano si è scritto che tale può essere considerato una nave o una piattaforma petrolifera, in attesa di successiva destinazione. Non è vero. Secondo il §6.13 delle Linee guida sul trattamento delle persone soccorse in mare – adottate dall’Organizzazione Marittima internazionale con Risoluzione MSC.167-78/2004«una nave che presta assistenza non dovrebbe essere considerata un luogo sicuro basandosi esclusivamente sul fatto che i sopravvissuti, una volta a bordo, non siano più in pericolo immediato. Una nave che presta assistenza potrebbe non disporre di strutture e attrezzature adeguate a sostenere altre persone a bordo senza mettere in pericolo la propria incolumità o prendersi adeguatamente cura dei sopravvissuti. Anche se la nave è in grado di accogliere in modo sicuro i sopravvissuti e può costituire un luogo sicuro temporaneo, essa dovrebbe essere sollevata da tale responsabilità non appena possano essere intraprese soluzioni alternative».

Sempre a proposito dell’identificazione del Pos, si è detto che non c’è nessuna disposizione che obblighi a sbarcare i migranti nel porto più vicino al luogo di salvataggio. Vero. Ma si tratta, una volta ancora, di una interpretazione capziosa e cinica delle disposizioni vigenti in materia di soccorso – come peraltro finora applicate – secondo cui gli Stati responsabili della zona Sar in cui viene prestata assistenza devono adoperarsi perché le persone soccorse in mare siano nel più breve tempo ragionevolmente possibile sbarcate e condotte in un luogo «dove le operazioni di salvataggio si considerano concluse; è anche un luogo in cui la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non è più minacciata e dove le loro necessità umane primarie (come cibo, alloggio e cure mediche) possono essere soddisfatte; infine è un luogo in cui possono essere presi accordi per il trasporto dei sopravvissuti verso la loro destinazione successiva o finale (§ 6.12 Linee guida cit.)».

Come tutto questo possa conciliarsi con l’attribuzione di un porto distante giorni di navigazione è solo frutto di quella evidente tendenza ad allontanare le Ong dalle zone di soccorso, vietando loro peraltro le operazioni di trasbordo altrimenti ammissibili se il decreto legge fosse ispirato da quell’ottica di miglior coordinamento invocata a sua giustificazione. Infine, ma non da ultimo, le Ong sono obbligate non solo ad avviare «tempestivamente iniziative volte a informare le persone prese a bordo della possibilità di richiedere la protezione internazionale» – il che potrebbe essere condivisibile – ma anche «in caso di interesse, a raccogliere i dati rilevanti da mettere a disposizione delle autorità». Quindi la selezione tra migranti economici e profughi politici dovrebbe avvenire già a bordo all’evidente scopo di far scattare subito gli obblighi di accoglienza per lo Stato di cui batte bandiera la nave come stabilito dalla Convenzione di Dublino (perché invece non percorrere la strada francese delle “zone franche”?). Ma, a prescindere da ciò, non si può certo pretendere dallo straniero in quelle condizioni e senza un’adeguata informazione una scelta che, a sua insaputa, potrebbe segnarne il destino.

Come su queste colonne ha riportato l’avvocato Schiavone, alcune polizie di frontiera, proprio facendo leva sull’ambiguità delle domande e sulla ignoranza degli stranieri, usano un “foglio notizie” che alla voce “venuto in Italia per” riporta nell’ordine le seguenti caselle: a) per migliorare le condizioni economiche; b) lavoro; c) raggiungere familiari; d) asilo. Lo abbiamo già scritto e lo ripetiamo: fino a quando si penserà di risolvere il problema della gestione dei flussi migratori con disposizioni ciniche e ipocrite, forse si incasserà qualche voto in più ma si porranno le premesse per prossimi contenziosi di natura costituzionale – nazionali ed internazionali – e, quel che è più grave e temibile, per prossime tragedie. Sempre in nome del “buon senso”, of course.