Negli Stati Uniti se ne parla da alcuni mesi, ma in Europa è conosciuto ancora a pochi geek e internauti dell’estrema destra. Stiamo parlando di Parler, social network sul modello di Twitter fondato nel 2018 da un imprenditore informatico del Colorado, John Matze.

Parler, che andrebbe pronunciato ‘alla francese’ (il suo nome arriva infatti dal francese “parlare”) viene generalmente pronunciato all’inglese perché è negli Stati Uniti che recentemente sta vivendo una fase di boom di iscrizioni. Numeri ancora ridotti, sia chiaro: la società ha riferito che dopo le elezioni ha aumentato i suoi iscritti da 4,5 a 8 milioni, con 4 milioni di utenti attivi. Facebook, per fare un confronto, ha oltre un miliardo e mezzo di utenti giornalieri, Twitter circa 200 milioni.

Ma il ‘caso Parler’ è tutto politico. Dopo anni in cui i social network erano diventati di fatto una zona franca per hate speech, bufale e complottismo, le innumerevoli pressioni internazionali hanno spinto Mark Zuckerberg e compagnia a curare maggiormente i contenuti pubblicati dagli utenti. Il caso più evidente riguarda Twitter, il social preferito dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che da tempo segnala o cancella i messaggi del tycoon considerati bufale.

Una scelta che gli ambienti repubblicani vicini a Trump hanno più volte definito censura, minacciando cause legali e di abbandonare lo stesso social network. In questa situazione entra in gioco Parler, che si definisce “Free speech social network”. Una libertà di parola che può facilmente travalicare in libertà di offesa o di disinformazione: per questo alcuni big repubblicani come il senatore Ted Cruz o l’ex capo della comunicazione di Trump Brad Parscale hanno rapidamente creato account personali, così come l’avvocato di Trump Rudy Giuliani o l’anchorman di Fox News Sean Hannity.

Che Parler faccia “l’occhiolino” a certi ambienti ultraconservatori è emerso chiaramente da una “Dichiarazione di indipendenza di internet” pubblicata da Parler lo scorso giugno. Nel documento il social parlava di “tecnofascismo” e “tiranni della tecnologia” riferendosi in particolare al rivale Twitter.

Attualmente comunque non è chiara la strategia di Parler: promettere infatti la massima libertà di espressione rischia solamente di trasformare il ‘nuovo’ social network in una specie di 8chan, il famoso sito ‘culla’ del neonazismo, antisemitismo e suprematismo bianco del web.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia