È di oggi (ieri per chi legge) la notizia del raggiunto accordo tra Ministro di Giustizia e sindacati del comparto sulla organizzazione di uno smart working finalmente lontano dalla versione caricaturale fino ad oggi praticata in fase lockdown ed oltre. Come è noto, cancellieri e personale distaccato a casa non erano facoltizzati ad accedere ai registri ordinariamente accessibili dall’ufficio. Uno smart working all’amatriciana, insomma. Ora sembrerebbero in consegna migliaia di computer portatili, con connessa licenza di accesso ai dati riservati agli uffici. Bene, era ora; se funziona, potrà costituire senz’altro una opzione anche fuori dalla fase emergenziale.

Nessuna notizia, invece, sul corrispondente accesso smaterializzato degli avvocati agli uffici giudiziari. Senza copertura normativa che autorizzi l’uso della pec per depositare gli atti difensivi, ci tocca andare in Tribunale, facendo lo slalom tra divieti, file in assembramento, prenotazione di accessi concessi con fastidio, come se fossimo venditori di Bibbie che bussano a casa altrui all’ora di pranzo. Comprendiamo che il deposito telematico di atti presupponga una riorganizzazione della fase ricettiva degli stessi, ma cosa si aspetta ad affrontare e risolvere un problema così banale? Tutti sono quindi in grado di comprendere quali siano le priorità di chi ci governa, tra diritti sindacali pur legittimi e diritto di difesa dei cittadini. Tanto più che questo attivismo per ora a senso unico è evidentemente sollecitato dalla previsione della possibile ricaduta del Paese in condizioni di grave emergenza sanitaria. A proposito della quale credo sia giunto il momento di porre, con forza, un tema che a mio parere è una emergenza nell’emergenza.

Mi riferisco al diritto di tutti noi ad una informazione finalmente univoca, chiara e trasparente sui dati reali del fenomeno epidemico, dalla cui dimensione dipenderanno scelte cruciali nelle prossime settimane (tra le quali, dunque, anche quelle relative allo svolgimento dell’attività giudiziaria). Sono lontano anni luce da ogni forma idiota di negazionismo; ed avendo avuto la fortuna di vivere da molto vicino le più straordinarie battaglie libertarie di questo paese (divorzio, aborto, obiezione di coscienza, anti-proibizionismo sulle droghe, etc.), trovo grottesche queste resistenze pseudo-libertarie alle regole di distanziamento sociale. Mettetevi questa cavolo di mascherina e smettetela di frignare idiozie.

Ma non si può più negare il dato di una torbidità della informazione sulla epidemia. Anche un analfabeta in matematica quale io sono, comprende la totale arbitrarietà della comunicazione di numeri dei contagi in valore assoluto, accompagnati a mezza bocca dalla variabile (in più o in meno) dei tamponi effettuati, come se fosse una accidentale informazione di contorno. È il denominatore della operazione di calcolo. Per sapere se la epidemia avanza, arretra o è stabile, ed in quale misura, ci serve solo un dato, ufficiale, semplice, chiaro: percentuale degli infetti sui tamponi effettuati. Ebbene, per quanto incredibile possa sembrare, dobbiamo calcolarcelo da soli.

E i media, ancor più incredibilmente, assecondano questa inspiegabile assurdità (“Aumentano ancora i contagi / Ma è record di tamponi”). Allo stesso modo, si indicano Regioni come al riparo dalla recrudescenza, per poi scoprire che sono quelle in cui si fanno tamponi dieci volte di meno. Si equipara il valore odierno dei contagiati a quelli di marzo, quando poi si stima pacificamente un tasso odierno di infetti sui tamponi intorno al 5%, a fronte del 25% di marzo aprile scorso. A chi giova tutto questo? Perché si insiste nella sistematica (e dunque intenzionale) diffusione di dati privi del benché minimo rigore statistico?

Le informazioni di rilevanza pubblica non sono un patrimonio che il Governo di un Paese democratico possa amministrare in modo inspiegabilmente arbitrario, oscuro, nebuloso. Dobbiamo tutti dare responsabilmente seguito alle indicazioni sanitarie che vengono e verranno impartite. Ma se, per tornare al tema che più mi compete, dovremo accettare di veder di nuovo sospesa o ridotta o contingentata l’attività giudiziaria e la nostra attività professionale, questo dovrà accadere – come d’altronde per ogni altra attività economica e sociale del Paese – sulla base di nozioni certe e di univoco significato. Insomma, dateci informazioni, invece di dare i numeri.