Non è la crisi. La crisi di governo s’intende, che a ben vedere è l’unica crisi che non c’è. C’è la crisi sociale, c’è quella economica, c’è quella ambientale e quella civile. C’è chi si azzarda persino a parlare di una crisi del capitalismo. Di certo, c’è la crisi – di cui non si vede la soluzione – che vive per intero il Paese. Ma non c’è la crisi di chi, il Paese, lo governa. Forse bisognerà – a dispetto delle ricorrenti previsioni che animano per settimane i grandi quotidiani e tutte le reti televisive, dando materia per la sopravvivenza dei talk show – prendere atto che la crisi di governo, ora e nelle attuali condizioni, non c’è perché non ci può essere, almeno in questa fase e in questa situazione. La “stabile” instabilità che la connota dovrebbe però, per prudenza, consigliare di evitare di impegnarsi in previsioni sugli assetti politici futuri. L’inciampo, non voluto, in un quadro di estrema precarietà può sempre accadere. Tuttavia, si dovrebbe vedere che la politica – tutta la politica – non vuole la crisi di governo e che in essa sia costituito un “piccolo principe”.

Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte interpreta appieno questa parte. La sua estetica ne è l’immagine scelta. Pervasiva fino all’ossessione, essa è una presenza fisica con cui le decisioni pubbliche arrivano al Paese, mescolando tra loro fragilità e resistenze, sospingendo ai margini della politica istituzionale tutti gli altri soggetti, dal Parlamento ai partiti e alle parti sociali, fino a soverchiare lo stesso Governo e il suo Consiglio dei ministri. Finché il nuovo Governo resiste il suo capo lo pensa e lo propone come irresistibile, ma – e qui c’è la novità politica di quest’esperienza – tutto questo non si avvale e neppure si pretende in nome di una politica forte, in nome di un obiettivo strategico da perseguire poiché al suo contrario la continuità riposa su un minimalismo esistenzialista: l’esistenza del Governo, naturalmente. Conte gli ha conferito una veste propria ma è ben vero che una consistente eredità gli può giovare a questo scopo.

Un’eredità almeno a-democratica se non apertamente oligarchica, accumulata dai Governi e dalle principali forze politiche nell’ultimo quarto di secolo. La veste di Conte sembra essere la rivisitazione e la radicalizzazione in questa luce di un vizio antico della politica italiana. Una volta evitata una annunciata crisi del suo Governo, Giulio Andreotti aveva trovato una formula per sopravvivere proprio a giustificare la pochezza messa in campo dalla sua compagine, “meglio tirare a campare, che tirare le cuoia”. Il cinismo, solo temperato dal timbro popolar romanesco della formula, non poteva che attribuire alla formula stessa un carattere eccezionale e cioè fuori dall’ordinario di una politica che al contrario si legittimava attraverso ben altra ambizione. Si può dire che il Presidente del Consiglio la assuma ora trasformandola in un imperativo di fase. Il suo è un andreottismo estremo, quello storico era condizionato e sottoposto a critica da un Parlamento in funzione e dal conflitto politico tra sinistra e destra, da un conflitto sociale direttamente politico, dalle culture politiche espresse dai partiti di massa. E dunque, da un’opinione pubblica assai strutturata. Si trattava perciò pur sempre di un’anomalia temporanea.

Nulla di tutto questo c’è a criticare e a ostacolare Conte che si comporta come se il suo tirare a campare possa diventare da straordinario a ordinario. La formula dovrebbe diventare l’unica e sistematica ispirazione del Governo: un governo in carica allo scopo di rimanervi. E di rimanervi così com’è, o con qualsiasi maquillage compatibile col rimanervi. Le minacce di crisi restano sempre virtuali e ricominciano appena le differenze prima proclamate trovano una qualche ricomposizione, così la ruota torna a girare come prima e propone lo stesso esito. Un moto perpetuo sull’immobilità e sulle risorse messe a disposizione ora dall’Europa.

La formula del tirare a campare quindi non ha neanche più bisogno di essere dichiarata, anzi non si deve proprio farlo quando subentra la “weltanschauung” di un singolare governo, tanto privo di forza propria e di un consenso diretto, quanto mancante di un’alternativa dichiarabile e praticabile. L’andreottismo estremo del Presidente del Consiglio è però anche il frutto di una rendita istituzionale e di una rendita politica. La rendita istituzionale è costituita dalla mortificazione della democrazia rappresentativa aggravata nel tempo del Covid. Il Parlamento è stato progressivamente svuotato, prima della sua centralità, poi di ogni suo protagonismo. È stato messo in dubbio sia quale espressione e rappresentanza del popolo che quale interlocutore principe delle domande che nascono nella società e nei suoi conflitti.

L’attività delle Camere è stata soffocata dalla predominanza del Governo, dal prevalere dell’urgenza delle decisioni da prendere sulla loro qualità sociale e civile, dalla carne di porco fatta della sua potestà legislativa con la decretazione d’urgenza e con il ricorso sistematico al voto di fiducia. Ci voleva poco allora per passare dalla centralità dell’esecutivo a quella del capo dell’esecutivo. Quel poco, e tuttavia non trascurabile, è stato superato nell’emergenza derivata dal dramma della pandemia. Il ricorso invasivo, reiterato ai Dpcm ha segnato a livello decisionale l’assoluta centralità del Governo e – sia al suo interno che al suo esterno – quella del suo capo.

Un certo ricorso alla tecnica, fino all’inflazione degli esperti e dei loro convitati per legittimare le decisioni, ha concorso ad attribuire alle scelte un carattere neutrale e dunque ripetibile, come se queste fossero senza alternativa. La concentrazione delle decisioni sull’immediatezza della quotidianità, determinata ogni volta dall’andamento del Covid, ha messo in mora qualsiasi loro politicità quanto la stessa politicità di ciò che viene sistematicamente escluso dall’ordine del giorno del Governo, e cioè l’intero campo della riforma sociale e democratica.

Anche quella gigantesca occasione di spesa denominata Next Generation Eu – che rompe il paradigma dell’austerità – viene condotta come se si trattasse solo di tradurre i mega obiettivi europei in italiano, secondo una ricerca di priorità per potersi tenere lontano dalla riforma, e cioè dalla politica. Forse che si discute nel Parlamento e nel Paese della necessità radicale di un cambio del modello economico, sociale e ambientale? Forse che c’è, la ricerca di una relazione politica tra Next Generation Eu e necessità della lotta alle diseguaglianze, diseguaglianze rese ancor più drammatiche nel tempo del Covid? Ci vorrebbe la programmazione, che invece risulta bandita dalla politica come la più modesta ma sacrosanta patrimoniale, del resto. Forse perché – se metti all’ordine del giorno la programmazione – devi rimettere in carreggiata la democrazia. Programmazione democratica, difatti, si era chiamata nel momento della sua acclamazione.

Se il Parlamento è ancora svuotato perché le scelte possano sembrare oggettive così come le priorità da adottare, allora per forza arrivano i tecnici e il Presidente del Consiglio diventa il “piccolo principe”, il garante della continuità del Governo. Una continuità all’insegna del tirare a campare che rischia così di farsi sistema. Si tratta di un esecutivo sempre senza alternative perché al suo interno non emerge mai né un’uscita da sinistra né un’uscita da destra, e non emerge mai un’uscita perché non ci sono più scelte che possano venire così connotate. A destra, fuori dal Governo, c’è un’opposizione urlante ma politicamente impotente, sebbene il discorso cambi quando guardiamo alla società civile. Tutta la politica si riduce a quell’alleanza senza consenso ma contemporaneamente senza un dissenso capace di essere l’alternativa.

L’andreottismo estremo non conta neppure più come concorso attivo della coalizione di governo, che anzi coalizione proprio non è. Conta piuttosto sulla previsione che nessuno nella coalizione stessa voglia smuovere le acque, ed è ciò che abbiamo indicato come la rendita politica di cui si giova Conte e con lui il suo Governo. Del resto, certo non ci pensano neppure le forze che lo rappresentano alla sua sinistra, giacché pensano e dicono che il popolo non capirebbe una crisi di governo in questa situazione così drammatica e impegnativa. Per loro le elezioni costituirebbero un salto nel buio, tesi non nuova ma sempre replicabile.

E d’altro canto, le forze che nell’esecutivo esprimono istanze di destra, anche quando sembrano indicare diversi assetti di governo, non sono poi nelle condizioni di poterli perseguire. Già derubricata la suggestiva formula del governo di unità nazionale, anche l’allargamento della maggioranza a Forza Italia si rivela ogni giorno impraticabile. Resterebbe l’opzione del governo borghese guidato da un grande borghese, ma in Italia la borghesia non c’è più e un grande borghese non partecipa alla contesa. Così, nel gioco dell’oca istituzionale – come vuole il nuovo andreottismo – si torna alla casella iniziale. Se la crisi prende le sembianze di un’apocalisse politica, l’apocalisse viene sempre rimandata, a meno che…

Politico e sindacalista italiano è stato Presidente della Camera dei Deputati dal 2006 al 2008. Segretario del Partito della Rifondazione Comunista è stato deputato della Repubblica Italiana per quattro legislature ed eurodeputato per due.