Dieci giorni di polemiche, tra minacce di crisi di governo e richiami stizziti “all’umiltà e all’ascolto” – sottinteso che Conte non è quindi né umile né uno che ascolta – sono “un gigantesco equivoco”. Praticamente solo il premier e i ministri al governo hanno inteso il reale significato di quelle bozze sul Recovery plan, della cabina di regia e della tecnostruttura che dovrebbe spendere i 209 miliardi italiani. Tutti gli altri sono stati tratti in inganno. “Un gigantesco equivoco” appunto che il presidente del Consiglio è ben disposto a spiegare e disinnescare già domani quanto tornerà da Bruxelles e convocherà il Consiglio dei ministri che fu interrotto lunedì scorso per via della notizia della positività al Covid del ministro dell’Interno. E che da allora, non a caso, non è più stato convocato.

Dipendesse da Conte, liquiderebbe la faccenda con “tanto rumore per nulla”. In mezzo alla pandemia e con 209 miliardi in arrivo, ben altre sono le priorità. Figurarsi se il Paese potrebbe capire una crisi di governo. Ma non può farlo perché ea accuse sono piovute da tutte le parti dell’emiciclo. Anche dal Pd, il cui segretario non ha partecipato ma neppure si è opposto. Tanto che ieri, tra i malumori per quella frase “gigantesco equivoco” suonata un po’ irriverente anche al Nazareno, Zingaretti si è deciso a fare un lungo post per dire “né con Conte nè con Renzi, il Pd non partecipa a dispute interne al governo”. Un post da cui trapela un certa inquietudine per lo stato di salute di governo e maggioranza. Intanto Conte tenta quella che è una chiara e repentina retromarcia. Il governo Conte II è già diventato un Conte ter? Resta da vedere se basterà per evitare quello che nessuno sa o vuole definire e che viene indicato come “vedremo a gennaio”. Rimpasto, crisi di governo, nascita di un nuovo esecutivo, Conte ter o Draghi 1.

La retromarcia di Conte, detta anche “superamento del gigantesco equivoco” si concretizza in una serie di dettagli che sono sostanza. Prima di tutto è “escluso che il Recovery plan possa andare in legge di Bilancio”. È importante perché Renzi ha fissato qui la sua asticella rispetto all’apertura della crisi. Si parla quindi di un “decreto” e di un testo “modificabile” perché passerà dal Consiglio dei ministri e dal Parlamento. I manager c’erano prima e dovranno restare perché sono i capi delle singole strutture di missione per ogni pilastro (sono sei) del Piano nazionale di ripartenza e resilienza. «Ovviamente – si spiega- saranno scelti da tutte le forze di maggioranza e anche di opposizione visto che dovranno operare fino al 2026» che è la data ultima in cui vanno consegnate le opere che quindi hanno tempi di realizzazione molto stretti.

Da qui la necessità di una struttura dedicata in grado di rendicontare gli step di ogni progetto con il governo italiano e con la Commissione europea. Anche la storia dei poteri speciali in deroga ai commissari rientra nel “gigantesco equivoco”. «Saranno dati solo in caso di emergenze, cioè progetti che restano fermi e per cui rischiamo di perdere i soldi», si sdrammatizza. Insomma, si tratta né più né meno di una “struttura di monitoraggio che non esproprierà affatto il Parlamento dei suoi poteri meno che mai i ministeri e gli enti locali». Insomma, per essere più chiari, è stata indicata “una struttura assolutamente modificabile”. E ancora “tutta da decidere”.

Sembrava invece tutto già deciso a leggere le 129 pagine della bozza del Piano nazionale di ripartenza e resilienza. E le 7 pagine del decreto che è circolato lunedì sera. In quella pagine sono precisati i poteri speciali dei manager, la legislazione ad hoc per il loro mandato, il fatto che sarebbero stati nominati “con Dpcm del presidente del Consiglio”. Altro che Parlamento. Vedremo se nel consiglio dei ministri atteso per oggi al rientro dal Consiglio europeo andranno i vecchi testi da rivedere o quelli nuovi su cui discutere. È chiaro che sia Renzi che i capigruppo Pd sanno perfettamente che una struttura dedicata è necessaria. Rischiamo diversamente, colpa della nostra burocrazia, di perdere soldi e occasioni. Il modello a cui fare riferimento potrebbe essere quello francese, o anche tedesco, dove ogni organo rappresentativo ha un ruolo nella grande cabina di regia per l’attuazione dei progetti pagati con debito comune europeo.

Per capire “il clamoroso equivoco” manca ancora un pezzo. È chiaro che il Presidente del Consiglio ha avuto rassicurazioni circa il buon esito del dossier Recovery Plan dal ministro economico Roberto Gualtieri e dal capodelegazione Dario Franceschini. Dai ministri Boccia, Provenzano e Amendola che si sono fatti carico di garantire a nome dei rispettivi gruppi e correnti. C’è quindi un problema tra i gruppi parlamentari e il Pd che sta al governo. Un problema che Conte non ha capito e quindi sottovalutato. Motivo per cui adesso Renzi vince la sua partita con tutti i suoi ottimi motivi. «Non è pensabile – ha detto in aula l’altra sera – che rinunciamo a fare i parlamentari davanti al Piano che deve riscattare l’Italia e disegnare il futuro di questo paese».

Il Pd rischia di restare spiazzato. Da qui la nota di ieri con cui Zingaretti cerca di tornare al centro del campo: «Il governo va avanti se fa le cose». Si torna così a quel “cosa succederà a gennaio”. Anche Conte ha capito che stavolta rischia davvero. E ha già dato vita, in qualche modo, al Conte III. Un premier che non gioca più da solo. E si mostra più collegiale. Più “umile” e “capace di ascoltare” come gli ha suggerito anche il capogruppo del Pd Graziano Delrio. Conte sta ripensando anche il divieto di passare da un comune all’altro nei giorni di Natale. Sarà abolito. O interpretati in modo più largo. Anche questa è una marcia indietro. Peccato che la notizia l’ha voluta dare Di Maio. Un altro con i suoi bei problemi: ieri quattro deputati hanno lasciato il gruppo M5s. E altri due, già nel Misto, sono entrati nel Pd.

Giornalista originaria di Firenze laureata in letteratura italiana con 110 e lode. Vent'anni a Repubblica, nove a L'Unità.