Piovevano le ordinanze anti-virus e noi, chiusi in casa, eravamo come ipnotizzati dall’attivismo dell’avvocato nazionale e del governatore regionale. I più si sentivano protetti e apprezzavano; gli altri sopportavano con fastidio e prevedevano fosche conseguenze, ma comunque erano anche loro dentro il flusso mediatico emergenziale, dipendenti come tutti. Ora che il lockdown è passato, e l’effetto ipnotico anche, sarebbe stato naturale andare verso una interruzione di quella nostra sospensione. E invece rieccoci nuovamente bloccati: questa volta dallo spettacolo delle margherite in fiore; quelle dell’incertezza; le margherite che la politica ha cominciato a interrogare e sfogliare.

Che fare? Ah, saperlo! Prima, tutto era definito e previsto, e ci venivano comunicati con un tono solenne e consapevole: i divieti irrevocabili, gli orari da rispettare, gli atteggiamenti da assumere, e perfino il modo di salutarci. Ora tutto è diventato vago. A Roma come a Napoli. Ora non c’è più una neutralità scientifica a fare da scudo alla politica. Ora ci sono indicazioni tecniche per la “fase due”, che la politica evita di selezionare e scegliere. Così ci si occupa di altro. De Luca non va più a caccia di cinghialoni in tuta da jogging – per altro rivelatisi innocenti, non infetti, perché i contagi temuti non si sono palesati – ma di alleati preziosi per le prossime elezioni regionali. De Magistris è tutto preso dal suo destino personale: mi candido o non mi candido? Caldoro si interroga diversamente: mi candideranno o non mi candideranno? E Ruotolo, coraggiosamente, ha deciso di tirarsi fuori dalla mischia: con De Luca o contro De Luca? Per ora è meglio soprassedere. Perfino gli industriali napoletani che per vocazione dovrebbero essere decisionisti, si sono appartati per giorni con le loro margherite: con Tizio o con Caio? Chi eleggere come nuovo leader? Lo sfoglio è in corso.

Di fronte a questo spettacolo, dicevo, la città è come incredula. Sta di fatto, però, che assiste, non reagisce. Aveva creduto in un appassionato inizio di dibattito pubblico sul suo futuro: aveva mostrato interesse per le ipotesi di una Napoli non solo “smart” ma anche “safe”, sicura; non esclusivamente turistica e ricreativa, ma anche vivibile e produttiva; non diseguale nella distribuzione dei servizi, ma più omogenea; non più sprecona di spazi, ma attenta alla valorizzazione del proprio patrimonio; era pronta a fare un passo avanti, insomma. E invece ora il quadro è quello che è. La città si sta già ripiegando su se stessa. Comincia a indignarsi più per un tavolino in piazza che per una piazza senza progetto. Non coglie le idee nuove che pure circolano, a meno che non siano settoriali, corporative.

A suo modo, lo ha notato anche un osservatore solitamente assai critico come Ciriaco De Mita; critico non perché anti-napoletano per principio, ma perché per principio difensore della diversità irpina. In ogni caso, ecco cosa ha detto ieri al Mattino a proposito degli intellettuali: “Mi colpisce la loro incapacità a capire il pensiero di chi pensava. Mi sembra che in Campania e a Napoli siano svaniti del tutto, coltivando l’illusione di costruire il nuovo senza però recuperare la storia e la memoria”. Non so, esattamente, cosa ciò voglia dire. Ma a leggere questo passaggio dell’intervista ho comunque riconosciuto qualcosa che è nell’aria. Petali di margherita? Credo proprio di sì.