Le piccole e medie imprese del Paese sono in ginocchio, quelle del Sud alla canna del gas. Il Recovery Fund sembra essere l’ultima speranza per salvare il salvabile, ma per farlo occorre evitare passi falsi agendo bene e in fretta. Un monito che vale tanto più nel giorno in cui il Recovery Plan del premier uscente Giuseppe Conte viene bocciato delle authority al Senato: «È tutto da rifare perché costituito da iniziative frammentate che rischiano di diluire le potenzialità della manovra». Ecco perché occorre riscrivere correttamente il Piano.

Come? «Chiarendo subito gli importi destinati al Mezzogiorno – spiega Riccardo Realfonzo, professore di economia politica all’università del Sannio – Occorre stilare un piano per la valorizzazione dei punti di forza del Sud. Inoltre è fondamentale creare un disegno organico di politica industriale e pianificazione territoriale che potenzi infrastrutture e digitale». Un monito forte e chiaro per il premier incaricato Mario Draghi: «C’è un limite forte che attiene alla quantità complessiva della spesa – aggiunge Realfonzo – Infatti, sul totale dei 209 miliardi delle risorse europee, il Governo destina ben 66 miliardi a progetti già in essere, molti dei quali nel Mezzogiorno, dunque, già finanziati». Le risorse a disposizione, quindi, non sono affatto copiose e le regioni meridionali rischiano di rimanere a bocca asciutta. Il peso della popolazione del Sud sul totale italiano è del 34% ed è ovvio che, se si vuole ridurre il divario territoriale, occorre attribuire una quota ben superiore delle risorse complessive al Mezzogiorno. Ma su questo aspetto non c’è alcuna certezza.

«L’altro grave problema – sottolinea Realfonzo – è che non vi è una consapevolezza della natura delle strozzature che frenano lo sviluppo del Mezzogiorno e manca un disegno organico di politica industriale». Le difficoltà del Sud riguardano sia il sistema produttivo in senso stretto sia il sistema delle infrastrutture territoriali, materiali e immateriali. Mancano investimenti in formazione e nuove tecnologie, i modelli di governance, mentre abbonda il precariato. Ma non è finita. «Le strozzature sul piano territoriale rimandano alle difficoltà di accesso ai nodi logistici e urbani – afferma Realfonzo – all’eccessivo costo del credito, ai tempi assurdi della giustizia, alla pressione fiscale locale, alla criminalità. Mi chiedo: dov’è la strategia per superare questi limiti del sistema produttivo e territoriale meridionale?».

Dall’analisi di Realfonzo si evince anche la mancata valorizzazione di alcuni punti di forza delle regioni meridionali. «Dopo avere varato sei Zone economiche speciali nel Sud, la prima delle quali istituita dalla Regione Campania, bisogna puntare sul rafforzamento di queste aree strategiche per l’attrazione di investimenti – commenta – Il Mezzogiorno dispone inoltre di una rete di porti e interporti che, se rafforzata, potrebbe farne il punto di riferimento principale per i trasporti nel Mediterraneo: serve una strategia per il rafforzamento del trasporto su ferro e delle autostrade del mare».

Intervenire sul contesto nel quale operano le imprese è l’idea giusta anche secondo Gianfranco Viesti, professore di Economia all’università di Bari che insieme con Realfonzo ha dato vita a un dibattito sui progetti per il Sud. «Migliorare gli aspetti urbani che ruotano attorno alle industrie produrrà effetti positivi sull’andamento delle imprese – spiega Viesti – Mi riferisco edilizia, di mobilità e delle vie del mare. Senza dimenticare che c’è grande attenzione per l’economia green che può essere un ottimo volano di sviluppo per il Sud». Attenzione, però, anche a tempi e risultati. «Il Recovery Fund rappresenta un impegno con l’Europa oltre che una straordinaria opportunità per il Mezzogiorno – conclude Viesti – Bisogna quindi distribuire bene gli interventi sul territorio e realizzarli in tempi brevi. Fondamentale puntare su progetti che indichino e garantiscano il risultato finale». Solo così il Sud avrà davvero una chance di rilancio.