Il suo volto divenne noto alle cronache italiane per uno scatto pubblicato da Avvenire: nel 2017 (all’epoca il ministro dell’Interno era Marco Minniti, ndr) con un falso passaporto riuscì a partecipare a un tavolo importante organizzato dall’Oim (l’Organizzazione per le migrazioni delle Nazioni Unite) e tenutosi al Cara di Mineo, dove si discuteva con autorità europee e gruppi libici della gestione degli imponenti flussi migratori dalla Libia all’Italia.

Ieri pomeriggio Bija, al secolo Abd al-Rahman al-Milad, è stato arrestato dalle milizie di Fayez al-Sarraj, a capo del governo di accordo nazionale, a Janzour, poco fuori Tripoli, su richiesta del ministero dell’Interno libico. Nei suoi confronti l’accusa è di traffico di esseri umani. Su Bija, ex capo della Guardia costiera libica di Zawhia, pendeva anche una condanna da parte della Corte internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità: era infatti considerato tra i ‘signori della morte’ per la gestione efferata e senza scrupoli dei migranti dalla Libia all’Italia.

Su quell’incontro del 2017 iniziato dal Cara di Mineo e finito poi a Roma al ministero della Giustizia e perfino a quello dell’Interno, c’è anche una seconda versione: pochi giorni prima il Centro di Alti Studi del Ministero della Difesa lo indicava tra i principali boss della tratta e del contrabbando, le autorità italiane quindi dovevano sapere quindi chi fosse l’uomo seduto al tavolo.

Nel nostro Paese sono almeno tre le inchieste contro di lui: alcune, come scrive Avvenire, il giornale che più di tutti si è speso in indagini su Bija, riguardano anche l’ipotesi di operazioni illecite con il coinvolgimento di funzionari pubblici.

Secondo quanto riporta L’Espresso, l’arresto di Bija ha già provocato prime reazioni in Libia: le milizie di Zawhia hanno organizzato proteste e ulteriori azioni di maggiore gravità se il loro leader non dovesse essere liberato.