«Di Maio dice che quello del referendum è stato un risultato storico? In un certo senso sì, ma non nel senso che lui crede. Lo è stato perché ridurrà all’osso la presenza dei 5 Stelle nel prossimo Parlamento, visto la miseria di voti che hanno preso nelle regionali. Forse Di Maio non l’ha capito, ma quello che avverrà, nel suo campo, sarà una salutare bonifica». A sostenerlo è il professor Luciano Canfora, filologo, storico, saggista, una “coscienza critica” della sinistra. Professore emerito dell’Università di Bari, membro del Consiglio scientifico dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana e direttore della rivista Quaderni di Storia (Dedalo Edizioni), Tra i suoi libri, ricordiamo: Fermare l’odio (Laterza); Il sovversivo. Concetto Marchesi e il comunismo italiano (Laterza); Il presente come storia. Perché il passato ci chiarisce le idee (Bur, Rizzoli).

Lei è stato uno dei protagonisti della battaglia per il “No” al referendum sul taglio dei parlamentari. Il giorno dopo, alla luce dei risultati, si sente uno sconfitto?
Per niente. Lo sconfitto in realtà è Di Maio. Egli non lo sa ancora o forse non ci vuol credere. Lui dice che è un risultato storico. Storico lo è certamente, in quanto alle prossime elezioni politiche, a giudicare dal disastro dei 5 Stelle, loro rimarranno in Parlamento in cinque o sei, dopo aver tagliato i parlamentari in questa maniera. È un fatto storico, non c’è dubbio.

Qual è, a suo avviso, il segno prevalente nel 30% del No, e quale nel 70% del Sì?
Intanto va detto che circa metà dell’elettorato non è andata a votare, e questo è un fatto incontestabile. Aggiunga un’altra cosa: che nelle sette Regioni in cui si votava anche per le regionali, questo ha automaticamente incrementato le percentuali referendarie, per ovvie ragioni: uno si vedeva mettere nella mano due schede, e non è che ne butta una nel cestino, è chiaro che si esprime anche sull’altro quesito. Quindi hanno avuto un aiuto non piccolo per alzare un po’ la percentuale, ciò non di meno sono inchiodati a circa metà dell’elettorato. E su quella metà, un terzo dei votanti è per il No. Come calcolo complessivo, i festanti del Sì dovrebbero considerarsi piuttosto delusi. Quanto poi a come spiegare il Sì, il Sì è stato incrementato dalla banalità della guerra alla casta, identificando questi parlamentari come la quinta essenza della casta. Però il No ha fatto progressi in capo a dieci giorni. Prima se ne era parlato pochissimo, son bastati dieci giorni per illuminare un sacco di persone dei più diversi orientamenti politici. Per cui è stata un’opera di risanamento intellettuale quella che abbiamo fatto, con la conseguenza che le ho detto prima, e cioè che comunque abbiamo una bonifica del prossimo Parlamento con la fuoriuscita di massa dei 5 Stelle che torneranno a fare il loro mestiere nelle piazze, quei pochi che rimarranno. Questo è il problema sul quale loro non riflettono…

A cosa si riferisce, professor Canfora?
All’inevitabile ingigantimento dei collegi elettorali determinato dal voto referendario. Al Senato loro rimangono fuori, se questo gli fa piacere… Piuttosto il problema, doloroso, ce l’ha Zingaretti, che rimane praticamente senza un partner, perché il segretario del Pd sperava di avere un alleato consistente, ma di questo passo ha un alleatino.

Ma non è che alla fine ad uscire rafforzato da questa tornata elettorale sia il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte?
Nel breve può darsi di sì, ma sul tempo lungo non lo credo. Finché dura questa legislatura va bene, perché nella finzione il partito di maggioranza è “dimaiovich”, mentre di fatto lui senza quelli lì diventa un compagno esterno del Pd. Non vedo un suo rafforzamento, nell’equilibrio abbastanza fittizio nel quale ci troviamo, Conte è un abile mediatore: i 5 Stelle hanno avuto una botta, però sono contenti del referendum, lui non si è sprecato granché, però ha detto: avete sbagliato nelle regionali. Insomma, sta operando come uno che si rende conto che alla prossima tornata, quella della legislatura futura, cambia tutto.

Guardando all’insieme del voto del 20-21 settembre, lei è tra quelli che ha tirato un sospiro di sollievo perché la Toscana non è passata al centrodestra?
Questo va benissimo, va però rimarcato che era molto più pericolosa la situazione in Emilia Romagna, a gennaio, perché in quel momento Salvini era sulla cresta dell’onda, ora sappiamo che così non è, e non lo è da vari mesi. Sospiri di sollievo in politica non si tirano mai, perché il movimento perenne della politica lo conosciamo bene ed è giusto che sia così. Quello che rimane in ombra, oltre a ciò che le dicevo al principio della nostra conversazione, è anche un’altra cosa, che non dovrebbe far dormire sonni tranquilli al Matteo leghista…

Vale a dire?
L’astuto e abile Zaia si è rifiutato di fare qualunque commento che non riguardasse il Veneto. Nelle trasmissioni televisive post voto, tutti lo spingevano a dire la sua su Emiliano e su De Luca, lui ha detto: io leggo i giornali come voi, non mi pronuncio per niente, ho già tanto da fare come presidente di Regione, mi occupo di cose importanti per i cittadini, la scuola, la sanità, i trasporti etc. Bravissimo, tanto di cappello. Perché con il suo 70 e passa per cento dei voti, avendo lui in mente l’autonomia regionale piena, se non proprio la secessione, Zaia porrà a Salvini il problema che ha sbagliato tutto con la trasformazione della Lega in un doppione del Movimento sociale italiano- Fratelli d’Italia. Ha sbagliato tutto, Salvini. A Bari, qui da noi, è crollato dal 25 al 10 per cento. Perché è ovvio che nel resto d’Italia, specialmente centromeridionale, la predicazione sua o è identica a quella della Meloni, e allora è meglio l’originale che la copia, o è di tipo leghista, e allora alla fine non passa. Zaia questo lo sa benissimo, e quindi lì una resa dei conti ci sarà.

In una nostra precedente conversazione, abbiamo ragionato sul futuro della sinistra e di quale sinistra nel futuro. Alla luce di questa tornata elettorale e referendaria, che riflessioni si possono fare su questo tema?
La questione preliminare sarebbe di definire il concetto di sinistra. Però al tempo stesso bisogna prendere quello che il convento passa. E attualmente per sinistra si può intendere soltanto il Pd quando è di buon umore e LeU quando riesce a farsi vedere. Il bilancio è quello che sappiamo da sempre: in Italia la sinistra non è maggioranza. Per fortuna è esistita una prima Repubblica nella quale c’era anche una vera forza di centro, che era la Democrazia Cristiana, dentro la quale c’era anche una componente schiettamente di sinistra, con la quale comunque si dialogava pur stando all’opposizione. Quella era una situazione molto positiva, che magari al momento non riuscivamo neanche a comprendere fino in fondo. Oggi, dopo che la Dc è finita da un bel pezzo, è tutta destra, o la chiami in un modo o la chiami nell’altro. Non appena Berlusconi vuole fare il centrista viene ridotto ai minimi termini. La morte del centro ha fatto emergere con crudezza il fatto che la sinistra, non riuscendo ad essere maggioritaria, è condannata per lo più a stare all’opposizione.

A proposito di quella ricerca di futuro e di una sinistra che non c’è. Vorrei un suo pensiero, un suo ricordo, di Rossana Rossanda.
Rossana Rossanda è stata un personaggio di primissimo ordine nel panorama politico italiano perché con la sua azione intellettuale e pratica, giornalistica e pubblicistica, ha messo in crisi il concetto di politica politicante. Lei era l’esatto contrario. Spirito critico e anticonformismo, sono state due formidabili medicine che ci hanno aiutato per tanti decenni. E di questo, molto lo dobbiamo a Rossanda. Poi su tante cose uno può anche non essere stato d’accordo con lei. Per esempio, sulla faccenda dell’”album di famiglia”, io non sono mai stato d’accordo. Mi sembra una diagnosi affrettata o forse dovuta al fatto, e lo dico con il massimo rispetto, della sua frequentazione partititica, che era stata quella di Milano. Milano era il “feudo” di Alberganti. La parte meno capace di intendere il partito nuovo di Togliatti, era la federazione di Milano del Pci. I discorsi che si facevano in federazione a Milano, giovani, vecchi partigiani, la “Volante rossa”, che erano in realtà dei fossili dal punto di vista politico, forse indussero Rossana Rossanda a pensare che le Brigate rosse fossero una nuova ondata di quel tipo di sinistra. Ecco perché ritengo che fosse una diagnosi sbagliata, quella dell’ “album di famiglia”. Milano, con le sue caratteristiche specifiche, non era il Partito comunista italiano, ma era una parte perdente di esso. Non a caso Togliatti mandò Secchia a fare il segretario regionale del partito, dopo la faccenda Seniga.