C’è una formula che da decenni attende di essere presa sul serio, e che oggi torna a imporsi con una forza nuova: “due popoli, due democrazie”. La paternità è tutta italiana e porta il nome di Marco Pannella, che fin dagli anni Ottanta la contrapponeva alla più comoda e più ipocrita formula dei “due popoli, due Stati”. La differenza non è semantica. Uno Stato, di per sé, non garantisce nulla: può essere una teocrazia o l’avamposto militare di una potenza straniera. La pace infatti non nasce dalla moltiplicazione delle bandiere, ma dalla qualità delle istituzioni che quelle bandiere rappresentano.

Pretendere la democrazia prima della sovranità rischia di somigliare a vecchi ragionamenti, secondo cui un popolo non sarebbe mai abbastanza pronto a governarsi. Ed è una circolarità reale: come si costruisce una democrazia sotto occupazione, senza Stato e senza istituzioni proprie? La risposta non è rinviare la sovranità all’infinito, ma legarla a un processo che costruisca pluralismo e responsabilità, non solo un seggio all’ONU. Lo stesso standard, per essere credibile, va applicato a Israele senza sconti. Un regime quei conflitti li nega e li reprime. È questa capacità di mettersi in discussione, non un certificato di perfezione, a rendere Israele un interlocutore e non un nemico permanente. Ma il principio non si esaurisce tra Cisgiordania e Gaza: è una chiave che apre l’intera regione. Prendiamo il Libano. Qui non manca lo Stato, manca lo Stato sovrano. Per anni Beirut ha convissuto con un esercito parallelo, quello di Hezbollah, più armato delle stesse forze regolari e legato a Teheran. Il governo di Nawaf Salam e il presidente Joseph Aoun hanno scelto, per la prima volta in modo netto, la via dello Stato contro quella della milizia. È un percorso fragile e reversibile, e Hezbollah continua a rifiutare le armi promettendo “resistenza”. Ma la posta è esattamente quella pannelliana: un Libano che torni a essere lo Stato di tutti i suoi cittadini, e non l’ostaggio di un attore armato da una potenza esterna.

E poi c’è l’Iran, vero centro di gravità di questa catena. Le milizie filoiraniane non sono tutte uguali, e sarebbe un errore appiattirle su un’unica regia: Hezbollah dipende organicamente da Teheran, mentre il rapporto con un’organizzazione sunnita come Hamas è più opportunistico e discontinuo. Il 2026 ha mostrato un Iran fragile come non si vedeva dal 1979: le proteste contro il crollo della moneta hanno saldato la classe media alla rabbia popolare, e la repressione è stata feroce, con migliaia di arresti e un blackout di internet durato oltre ottanta giorni. La prudenza è d’obbligo, perché molti analisti ritengono che il regime possa ancora reggere, e le cifre sulle vittime restano difficili da verificare. Ma la frattura tra la società iraniana e il sistema nato dalla rivoluzione appare ormai profonda. Ed è qui che la formula mostra la sua portata: il popolo iraniano, giovane e connesso, non è il nemico. Il nemico è il regime che lo opprime.

Ecco perché “due popoli, due democrazie” non è uno slogan, ma una bussola. Dice che il vero spartiacque del Medio Oriente non è tra ebrei e arabi, ma tra chi crede nelle istituzioni libere e chi le usa come maschera del potere assoluto. La pace non si costruirà tracciando nuove frontiere su una mappa, ma sostenendo i popoli che chiedono di poter scegliere i propri governanti e di poterli mandare a casa. È questo il filo che lega Gaza a Beirut, e Beirut a Teheran. E forse è anche il solo motivo per cui vale la pena continuare a sperare e a battersi per questi ideali di libertà.

Gianluca Pontecorvo

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